Contributi
Cronaca IX Colloquio Donne e Teologia a Quarant’anni dal Concilio Vaticano II Roma, 4-6 novembre 2005
di Cettina Militello
Ho più volte raccontato ai miei alunni l’emozione grandissima dell’11 ottobre 1962 allorché si aprì il Vaticano II. In un giorno ferialissimo e di assoluta ordinarietà lavorativa chiesi al laicissimo preside del liceo che allora frequentavo di sciogliere le classi perché non potevamo non essere spettatori di un evento “storico”. Lo persuasi, non so io stessa come – in verità appellavo all’unica corda plausibile quella della singolarità e inusualità dell’evento -, e mi ritrovai, insieme a tantissimi altri a seguire in bianco e nero sullo schermo televisivo la lunghissima e, se si vuole, monotona processione dell’ingresso dei padri in Concilio. Nel trionfalismo imperante, malgrado le semplificazioni già in atto, non ci stupivano né quella solennità né quell’esubero sacrale di insegne episcopali. Ricordo ancora il suono delle campane che accompagnava l’evento - le campane delle nostre chiese periferiche, naturalmente -.. Non capivamo davvero cosa accadeva. Avvertivamo soltanto che ciò che accadeva era “enorme”. E ricordo ancora, con la maturità degli anni intercorsi, la cerimonia di chiusura. La sua solennità più composta. La consapevolezza, cresciuta nel frattempo, che il Concilio era nelle nostre mani, di noi tutti “popolo di Dio”.
Ho voluto nell’anno che si è chiuso, l’anno dei quarant’anni dalla fine del Concilio, che teologhe diverse per competenza e collocazione, soggetti allora impensabili del magistrale ridire la fede, rispondessero sul mensile Vita Pastorale alle mie domande sui documenti conciliari. Un bilancio di “genere” situato nell’insieme degli altri innumerevoli dettati dall’anniversario. Né è stata questa la sola iniziativa. Per la mia parte, poi, ho cercato più accademicamente di porre la questione nel contesto del IX Colloquio dell’Istituto “Costanza Scelfo” per i problemi dei laici e delle donne nella Chiesa, che della SIRT è “Dipartimento di speciale attenzione”.
Sul tema “Donne e Teologia a quarant’anni dal Concilio Vaticano II” sono così convenute/i presso la Pontificia Facoltà Teologica “Marianum” un centinaio di colleghe e colleghi. Si è dialogato – questo lo stile dei Colloqui – sulle grandi costituzioni conciliari, facendosi guidare dalle relazioni introduttive, come sempre a due voci. L’intento infatti non è né di far ghetto, né di chiudersi in una improbabile e improduttiva lamentazione, vuoi vittimistica, vuoi rivendicativa. Al contrario ci si ripropone l’incontro franco di teologi e teologhe sul medesimo tema, colto certo in prospettiva diversa, programmaticamente, ciò non di meno in un’ottica di confronto.
Sul doppio registro del bilancio e della registrazione delle novità acquisite ci si è confrontati dal 4 al 6 novembre, spingendo il tempo tradizionale degli incontri sino alla domenica tutta intera, così da far spazio, sia pure parzialmente, ai bilanci relativi ad alcuni dei decreti.
Ha tenuto la “Relazione di apertura” Silvano Maggiani, preside della Facoltà ospitante, che ha modulato il tema: “La presenza delle donne “dono” del Concilio alla teologia. Lo ha fatto con finezza aprendosi alla categoria antropo-filosofica del “dono”.
La prima sessione “Donne e Liturgia” è stata presieduta da Juan Javier Flores, preside del Pontificio Istituto Liturgico, a moderarla, Antonella Meneghetti, salesiana, docente di liturgia all’Auxilium. In sostituzione di mons. Igino Rogger, al quale inizialmente era stata affidata la relazione, nella sua qualità di testimone diretto dell’evento, e poi dei percorsi della riforma liturgica, è intervenuto su “La ricezione della Sacrosanctum Concilium e la ricerca liturgica” Pietro Sorci, frate minore, docente di Liturgia presso la Facoltà Teologica di Sicilia. Il quale, dopo aver collocato la costituzione nel contesto più ampio dei lavori conciliari, ne ha enunciate le tematiche fondamentali, identificate nel rapporto tra la liturgia la storia della salvezza e il mistero pasquale, nella Chiesa quale soggetto dell’azione liturgica, e nella partecipazione alla liturgia stessa. E’ poi passato a verificare la ricezione di SC. Una particolare attenzione egli ha prestato alla ricerca liturgica attraverso gli studi, i dizionari, i manuali, le collane, le riviste, come pure alle celebrazioni relative al quarantesimo del primo documento promulgato dal Concilio. In questo panorama ha notato con rammarico come non siano molte le donne che si sono occupate di studi liturgici. Ha tuttavia menzionato le francesi Monique Brulin, fortemente impegnata nel CNPL, e Odette Sarda specializzata nei problemi teologico-pastorali dell’iniziazione in particolare dei bambini e dei fanciulli, Héléne Bricout, sposata e madre di famiglia, specializzata nella liturgia nuziale, docente di storia della liturgia e di teologia del matrimonio presso l'Istituto superiore di Liturgia di Parigi – parecchi loro studi sono apparsi sulla rivista La Maison de Dieu – suor Nicole Emsley di Dinklage in Germania, la belga Michèle Clavier collaboratrice di Questions Liturgiques, l’americana Catherine Vincie, specializzata sugli aspetti sociologici della liturgia, Anne Kai-Yung Chan docente presso il seminario dello Spirito Santo ad Hong Kong che ha collaborato al manuale del PIL Scientia liturgica, la bulgara residente in Italia Elena Velkovska, specialista in slavistica, docente di liturgia comparata presso il Pontificio Istituto liturgico di Roma. Tra le italiane ha ricordato suor Cristina Cruciani, delle Pie Discepole del Divin Maestro per molti anni direttrice della rivista “La Vita in Cristo e nella Chiesa”, suor Adele Colombo, Anna Burlini Calapai docente presso l’Istituto di Liturgia pastorale Santa Giustina di Padova, specializzata in storia della liturgia nell’epoca dell’illuminismo, suor Loretta Moserle che insegna liturgia delle ore presso lo stesso istituto, la suora salesiana Antonella Meneghetti docente di liturgia presso la Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxilium di Roma, di cui numerose sono le pubblicazioni, Valeria Trapani della quale è stata appena pubblicata presso la LEV la dissertazione dottorale.
L’apporto della teologhe, egli ha affermato, sarebbe quanto mai necessario per liberare la liturgia studiata e celebrata dall’impronta maschilista che da sempre la caratterizza, stabilendo un contatto più forte con la vita, i suoi problemi e i suoi drammi quotidiani.
Ha concluso citando il teologo canadese Gilles Routhier, secondo il quale la storia documenta come “immediatamente dopo i grandi concili di riforma, la liturgia si veda trasformata in un significativo campo di battaglia, in cui finché il confronto non sia terminato si misurano i diversi modi di comprendere i ministeri, l’unità e la cattolicità della Chiesa, la partecipazione di tutti alla vita della Chiesa, le concezioni della Chiesa come popolo di Dio e come assemblea gerarchica e ineguale, la relazione della Chiesa con il mondo e con gli altri cristiani. Non c’è dunque da stupirsi delle resistenze che verranno opposte, su un punto o sull’altro, ancora oggi, alla SC, o dei tentativi di revisione dell’insegnamento [di essa], perché la liturgia resta un luogo simbolico per eccellenza in cui si sono formate le mentalità, modellate le spiritualità e forgiate le rappresentazioni cristiane; e un luogo dove sono rappresentati, messi in scena, i rapporti tra i cristiani, e tra i cristiani e il loro Signore”. Se questa lettura è esatta, “possiamo considerare il postconcilio come un periodo di tirocinio, non ancora terminato, dentro il quale una nuova figura di cattolicesimo tenta di istituirsi. Questo processo…ovviamente non è senza tensioni e senza periodi di avanzamento e di regressione, persino senza conflitti”.
Gli ha fatto eco Valeria Trapani, docente di liturgia presso la medesima Facoltà sul tema “La ricezione di Sacrosanctum Concilium e la soggettualità liturgico-ministeriale”. Dopo una breve premessa che ha focalizzato la riforma come un continuo divenire, la Trapani ha additato quali temi della svolta epocale promossa dalla SC: il ritorno della liturgia al popolo e l’insorgere delle nuove ministerialità laicali e femminili. È difficile, ha detto, enumerare tutti i diversi ruoli, che sulla scia della riforma liturgica vengono oggi esercitati dalle donne nell’ambito liturgico, poiché la grande parte di essi rientrano nella categoria dei ministeri di fatto, la cui varietà e multiformità muta in base al genio delle singole Chiese, e in qualche caso delle singole comunità ecclesiali (parrocchie, monasteri, case religiose…). Non è difficile tuttavia oggi imbattersi in donne che animano la celebrazione liturgica stando alla guida di scholae cantorum, che svolgono con regolarità il ministero di lettori, si occupano della cura del tempio, sono investite del mandato di ministri straordinari dell’eucaristia, in qualche caso esercitano anche il servizio liturgico all’altare: ruoli in passato occupati principalmente da uomini, o condivisi solo in parte con le donne.
A suo parere oggi le donne sono sempre più presenti nella vita liturgica della Chiesa, e se questa presenza prima del concilio era di tipo eminentemente statico, volta principalmente a riempire le Chiese comunemente disertate dagli uomini, oggi il ruolo delle donne nell’ambito liturgico-rituale, è ben lungi dal poter essere considerato sterile presenzialismo. Nella maggior parte dei casi infatti, le donne esercitano la loro diaconia nell’ambito liturgico con buona competenza e grave senso di responsabilità, animate da sincero spirito di servizio allo scopo di edificare sempre più il corpo mistico di Cristo. Tra le giovanissime inoltre, cresce il desiderio di essere sempre meglio formate allo spirito della liturgia, nella convinzione che una base dottrinale solida si ponga come indispensabile per cogliere lo spessore e il senso di ogni servizio esercitato nell’ambito della celebrazione.
Nel complesso emerge quindi il quadro di una diffusa presenza delle donne impegnate a svolgere ruoli di diversa diaconia liturgica, sia sul campo eminentemente rituale che sul piano della formazione liturgica, poiché i soggetti più preparati si offrono a loro volta come formatori all’interno delle comunità ecclesiali. Accanto, poi, a ministerialità strettamente liturgiche, che per lo più cercano di recuperare figure precedentemente esistite nella storia della liturgia cristiana, la ricezione di SC, e del Concilio Vaticano II in senso più ampio, ha permesso l’insorgenza di spazi ministeriali per le donne non necessariamente legati al contesto rituale: è il caso delle donne che studiano o insegnano la liturgia, impegnate nell’attività didattica e di produzione scientifica in materia liturgica. Figure certamente poco diffuse, e forse guardate ancora con sospetto, la cui presenza nei luoghi di formazione varia in dipendenza dalla sensibilità personale dei responsabili di tali luoghi.
Tre, a suo dire, le questioni aperte: “partecipazione attiva ma inconsapevole soggettualità rituale”; l “un solo battesimo per l’unico popolo di Dio”; “un solo battesimo su cui si innestano ministeri di uguale dignità”. Concludendo, dopo aver affermato che la questione della donna nella liturgia è questione della Chiesa, ha prestato attenzione agli apporti del femminile nell’ambito liturgico ed ha additato nella formazione la via per superare le questioni aperte.
L’ordine di promulgazione delle costituzioni avrebbe dovuto far spazio alla Lumen Gentium. Si è però preferito anteporre la Dei Verbum a ragione della fondamentale e ineludibile radice che la messa a tema della Parola di Dio costituisce nella e per la comunità credente. Per questo secondo momento si è data innanzitutto la parola a una teologa, mentre sono stati attribuiti a un teologo le riflessioni operative. Questa seconda sessione “Donne e Parola di Dio” è stata presieduta la Marinella Perroni, presidente del Coordinamento Teologhe Italiane, e da Ariste Serra, neotestamentarista del Marianum.
Donatella Scaiola, docente di AT presso la Pontificia Università Urbaniana, ha così sviluppato una relazione dal titolo “La ricezione di Dei Verbum e la ricerca biblica”. Partendo dai “40 anni” come icone biblica, ha ricostruito il percorso della costituzione e a seguire messo in evidenza alcuni nodi irrisolti o bisognosi di approfondimento (la relazione tra Scrittura e Tradizione; il rapporto tra Antico e Nuovo Testamento; il concetto di ispirazione e l’interpretazione del testo biblico; l’esegeta, il suo compito, le sue relazioni). La seconda parte della relazione ha tematizzato quanto già fatto con riferimento ai documenti elaborati dalla Pontificia Commissione Biblica sull’Interpretazione della Bibbia (1993) e su Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana (2001). Tra le cose fatte ha anche annoverato la collaborazione tra esegeti appartenenti a confessioni di fede diverse e la produzione di traduzioni bibliche interconfessionali. Ha sottolineato, in chiusura, come molto resta ancora da fare per il futuro.
Sul tema “La ricezione di Dei Verbum e la soggettualità kerygmatica delle donne” è intervenuto mons. Rino Fisichella, rettore magnifico della Pontificia Università Lateranense. Egli ha preso le mosse dall’espressione della 2Tm3,1: “la parola di Dio compia la sua corsa”, presente in DV 26, per sottolineare attraverso questa immagine la carica espansiva e missionaria della Parola di Dio nella intima connessione, stabilita dalla stessa DV, tra annuncio missionario e istanza veritativa.
L’azione missionaria poi non distingue tra uomini e donne. Il “correre” di Maria di Magdala – che precede la corsa di Pietro e Giovanni – verso il sepolcro, ha fatto così da cerniera alla riflessione sulla “tenacia dell’annuncio femminile” da mons. Fisichella esemplificata attraverso due donne, diverse tra loro, eppure fortemente animate dalla Parola di Dio: Maria Vingiani, fondatrice del SAE (Segretariato Attività Ecumeniche), Traudl Wallbrecher la cui intuizione di una Integrierte Gemeinde fondata sullo studio della Parola di Dio dal 1970 ad oggi è a servizio dell’integrazione tra la comunità cristiana e la comunità dell’antico patto. L’opera di queste donne – egli ha detto – ha reso un grande servizio alla trasmissione della fede, perché ha permesso di cogliere il nesso portante tra ciò che era di sempre e ciò che oggi si è chiamati a rispondere per mantenere la fede viva e interloquire con il proprio contemporaneo. Nel loro lavoro egli ha colto una genuina forma di profezia capace di rispondere alle attese di oggi con l’originalità permanente della Parola di Dio. Nella conclusione – “la responsabilità per l’annuncio” – mons. Fisichella affermato che la ricezione della DV riporta alla responsabilità della Chiesa nel proclamare la Parola di Dio e nel compito di trasmetterla fedelmente, compito a cui si è tutti chiamati secondo la ministerialità propria.
La sessione “Donne e Chiesa” è stata presieduta da Carmelo Dotolo, docente di teologia dommatica alla Pontificia Università Urbaniana e da Giovanni Giorgio, docente di filosofia alla Pontificia Università Lateranense. Su “La ricezione di LG e la ricerca ecclesiologica” è intervenuta Serena Noceti, docente presso la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale. Dopo alcune premesse di carattere metodologico relative agli scenari e alle prospettive della ricerca ecclesiologica delle donne, al concetto di ricezione, al rapporto tra ricezione ed ermeneutica, alle fasi della ricezione conciliare e della ricerca delle donne, la relatrice ha identificato i caratteri peculiari della ricerca ecclesiologica delle donne (confronto critico con la Costituzione sulla base di un’esperienza ambivalente; confronto con l’ecclesiologia neotestamentaria; impostazione ecumenica dell’ecclesiologia; l’intenzionalità critica trasformatrice). E’ quindi passata al “pensare la Chiesa come donne, nel processo di ricezione della LG” (il ricorso alle metafore; i modelli ecclesiologici ed ecclesiali: soggettualità, empowerment, relazioni strutturate), ecclesiologia di comunione e nuove definizioni di Chiesa; una definizione dimenicata: popolo di Dio; tra lettura misterica e determinazione istituzionale della Chiesa; la questione del ministero ordinato). Si è infine interrogata su “quale contributo dalla ricerca ecclesiologica delle donne alla ricezione della LG?”. La risposta, ha detto, appare difficile, data la varietà dei contributi maturati e del diverso livello di proposta. Cercare risposta a un tale interrogativo risulta comunque ineludibile. Se si prendono in esame saggi che presentano lo sviluppo della ricerca ecclesiologica dopo il Concilio o se si prende in esame lo stesso processo di recezione di LG appare evidente anche a una prima lettura il fatto che sono pochissimi i nomi di teologhe che vengono citate: scorrendo gli indici, a livello mondiale, il riferimento più comune è alla neotestamentarista Schüssler Fiorenza, a Rosemary Radford Reuthers, ad Anne Carr, a Elisabeth Johnson; per l’Italia e la Spagna, sostanzialmente a Cettina Militello. A livello tematico il riferimento più comune va al dibattito relativo al ministero ordinato e alla non-ordinazione delle donne.
Dobbiamo anche per questo riconoscere un’influenza parziale degli studi ecclesiologici delle donne. E’ ormai avvenuto il primo passo (Frührezeption), quello di dedicare in ecclesiologia un paragrafo specifico, un capitolo alla questione-donna: ma questo non ha provocato una scossa profonda nelle fondamenta teologiche esistenti. Le donne, in fondo, non sembrano aver contribuito in modo sostanziale all’ermeneutica globale della Lumen Gentium, anche se talora si citano loro ricerche analitiche su singole questioni, che però sostanzialmente prescindono dal sesso di chi scrive. Certamente il fenomeno della non-accoglienza delle proposte di ecclesiologia al femminile e femminista è sicuramente ambivalente e chiede di essere interpretato. Da un lato, la non-accoglienza deve essere ricondotta al numero – che rimane limitato – di donne che si dedicano alla disciplina e che sono presenti con incarichi stabili nelle istituzioni accademiche cattoliche e conseguentemente al numero limitato di contributi elaborati; all’altro lato rimane un certo rifiuto di natura “ideologica”, soprattutto se la proposta è marcatamente segnata da un “femminismo teoretico” militante o addirittura dal rifiuto complessivo dell’istituzione Chiesa. Dobbiamo perciò riconoscere che l’obiettivo – perseguito in particolare dall’ecclesiologia femminista – di mettere in questione l’ecclesiologia tradizionale e di contribuire a riformularla in modo nuovo alla luce di nuove prospettive e linguaggi “dal margine” di una storia, quella delle donne, è lontano dall’essere raggiunto. La Vollrezeption è lontana dal momento che non si dà ancora sufficiente e diffusa consapevolezza del genere come costruzione sociale e quindi come elemento per determinare la soggettualità ecclesiale e la rilevazione delle relazioni, siano esse immediate o istituzionalizzate. I modelli ecclesiali ed ecclesiologici non vengono determinati secondo prospettive di genere. I primi timidi riferimenti sono rintracciabili nella teologia statunitense e nella produzione teologica nord-europea, di lingua tedesca; sono praticamente assenti nell’Europa del centro e del sud. In particolare mi sembra importante rilevare che non si è riconosciuto l’importante contributo dato dalle donne riguardo alla determinazione sessuata del linguaggio e alla stessa decrittazione delle metafore femminili. Non ci si avvale, se non parzialmente, degli studi legati all’elaborazione dell’immaginario collettivo sulla figura di donna e sulle immagini di ruolo che la definiscono. Così pure non si riconosce il fatto che l’ecclesiologia tradizionale sia codificata sulla base dell’esperienza e delle prospettive maschili. Il discorso sulla Chiesa rimane ancora apparentemente “neutro”; gli uomini continuano a elaborare – sulla base della rivoluzione copernicana di LG – un’ecclesiologia ritenuta (a torto) universale. Le donne continuano quella che a molti appare come “ribellione alla frontiera” e questo è un fatto incontrovertibile – le donne si sono sedute al tavolo della discussione, forse non espressamente invitate a farlo, ma sicuramente non ospiti, in quanto padrone di casa tanto quanto i teologi maschi. E’ in fondo la stessa lettera di LG a segnare la possibilità di questa conviviale dibattito. Noceti ha concluso questo che è stato uno degli interventi più pertinenti, tanto nell’architettura che nella larga e documentata attenzione alla produzione ecclesiologica delle donne, avanzando una proposta di lavoro: elaborare un’introduzione alla lettura e un commentario di LG, che porti a espressione le conseguenze di questo nuovo volto di Chiesa, di uomini e di donne, insieme popolo messianico.
Le ha fatto eco mons. Francesco Lambiasi, Assistente generale dell’ACI con la relazione “La ricezione di Lumen Gentium e la soggettualità della donna nella Chiesa”, articolata innanzitutto a partire dalla domanda: “LG: dimenticanza, reticenza o silenzio eloquente?”. Nella costituzione sulla Chiesa non si parla né della questione femminile né esplicitamente della donna nella Chiesa. A suo dire ciò non è necessariamente negativo a partire dai tre elementi che di fatto orienteranno il cammino magisteriale, teologico e pratico circa la dignità e la vocazione della donna nella Chiesa: l’orizzonte trinitario che illumina l’ecclesiologia di comunione; l’immagine sponsale della Chiesa; la ripresa del tema patristico Eva-Maria e della funzione della donna sul piano della salvezza.
Su queste suggestioni egli ha letto la dinamica della ricezione attraverso tre documenti post-conciliari: la MD con l’elaborazione di una antropologia della reciprocità; l’ Ordinatio sacerdotalis, il cui rinnovato no all’ordinazione delle donne, tuttavia ribadisce la loro pari dignità nella Chiesa; La lettera sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, in cui la critica al concetto di gender comporta la riaffermazione di alcuni elementi essenziali dell’antropologia cristiana: la comune identità di persona che costituisce uomo e donna in un rapporto di relazionalità reciproca; la vocazione del corpo umano, sessualmente determinato, ad esistere nella comunione e nel dono reciproco; la irreversibilità di queste disposizioni originarie che mai potranno perciò essere annullate. In questo quadro il riconoscimento per la donna quale carisma specifico della “capacità dell’altro”. Non senza avere ricordato che i cosiddetti “valori femminili” sono ultimamente valori umani e che l’essere per l’altro connota ogni essere umano, uomo o donna, mons. Lambiasi è passato, richiamato il paradigma trinitario e il ricorso ad esso fatto nella declinazione dell’antropologia dei sessi, a riproporre la categoria di communio come la più saldamente ancorata da LG alla radice trinitaria della Chiesa.
La ricerca dello specifico femminile (“il genio della donna”) – ha detto ancora - rischia di bloccarsi in un vicolo cieco se non si fissano alcuni punti di non-ritorno (non contrapporre un codice carismatico-femminile e un codice istituzionale-maschile; non appiattire la natura sulla cultura, con la minimizzazione della differenza, fino a ridurla a dato puramente biologico; non partire dal mondo che cambia, cioè dalle “mutate condizioni sociali” per adattare ad esse la rivelazione cristiana). Si è chiesto tuttavia se alla categoria, pur suggestiva, di “genio” non sia preferibile quella di “mistero” con la conseguente scelta apofatica meno assillata dall’ approdare a definizioni… definitive e definitorie. Resta comunque l’esigenza “di studi approfonditi per la risoluzione dei problemi relativi al vero significato e alla dignità di ambedue i sessi” (CfL 50), donde la rilevanza del non chiudere il discorso, ma proseguire la riflessione.
Richiamando come il fenomeno della “ricezione” sia un fenomeno vitale che riguarda la liturgia, il diritto, la disciplina, la prassi concreta della Chiesa, mons. Lambiasi si è chiesto cosa è stato “recepito” del magistero di LG sulla soggettualità della donna nel vissuto della Chiesa? A suo dire dall’ecclesiologia conciliare di LG, discende il grande principio della corresponsabilità apostolica: poiché nella Chiesa la diversità di sevizio, ruolo o funzione non divide la unitas missionis, l’atteggiamento fondamentale che definisce la partecipazione di tutti i battezzati – uomini e donne - alla missione della Chiesa non può tradursi nella semplice collaborazione, ma nella vera e propria “corresponsabilità”. Difficile, tuttavia rispondere alla domanda circa la realizzazione o meno della “parità” nella Chiesa tra gli uomini e le donne. Perché si affermi una vera cultura della reciprocità – egli ha concluso - occorre fare ancora molta strada. E non può essere una strada in solitudine delle sole donne, ma di tutti, uomini e donne nella famiglia e nella società.
La IV sessione “Donne: Chiesa e Mondo” è stata presieduta da Adriana Valerio, dell’Università di Napoli, presidente dell’AFERT, e moderata da Bernardo Antonini, docente di Etica al Marianum. Vi è intervenuto innanzitutto Antonio Autiero, docente del Seminar für Moraltheologie dell’Università di Münster su: “La ricezione di Gaudium et Spes e la ricerca etico-pastorale”. Dopo una premessa sul Vaticano II - un evento tra memoria e profezia - e sulla sua riflessione etica su sfondo pastorale, ha articolato la relazione innanzitutto prestando attenzione alla genesi di GS, un documento non previsto, e al nodo del rapporto Chiesa/Mondo come paradigma della stessa GS. In ciò ha colto una concezione innovativa di mondo/mondanità. Ha richiamato l’apporto di Paolo VI e le modalità della votazione finale. E’ passato poi a tematizzare “il soggetto morale in divenire: la coscienza” e “un metodo per il giudizio morale: il valore dell’esperienza”. Quanto al primo dei due temi ha analizzato il n. 16 della GS, il contesto dell’antropologia teologica ivi elaborato nella prima parte del capitolo I. Dopo aver avvertito circa la densità dei soggetti e la densità dei giudizi, ha confrontato la post-conciliare Veritatis Splendor e la GS e la contrapposizione evidente tra quella che ha chiamata coscienza “architettonica” e coscienza “geometrica”. Quanto al secondo punto, richiamata la dominante deduzionista della tradizione teologico-morale, la mancanza di attenzione al valore dell’esperienza e l’ignoranza dei risultati degli altri saperi per la comprensione del fenomeno etico, ha indicato GS 62 come inversione di tendenza. Tracciando a conclusione le conseguenze e i compiti ha sottolineato l’esigenza di risituare la soggettività etica, riequilibrare la teologicità dell’etica teologica, ripristinare la dialogicità nel discorso morale.
Carmen Aparicio, docente di teologia fondamentale presso la Pontificia Università Gregoriana, a sua volta svolto il tema : “La ricezione della Gaudium et Spes e la soggettualità ecclesiale ad extra”. Dopo aver richiamato con larga documentazione le tappe valutative del Vaticano II e della costituzione, è entrata nel merito del “significato della GS” additandone soprattutto il contributo al cambiamento dei paradigmi di Chiesa. La GS ha rappresentato una “novità metodologica”: guardare il vangelo e guardare il mondo; cioè ascoltare la persona nella situazione storica concreta e illuminare questa situazione alla luce del vangelo. Ma proprio questo cambiamento di metodo ha fatto poi difficoltà. Del documento Aparicio ha richiamato i temi relativi all’antropologia, alla relazione con il mondo, alla relazione con le culture, ai “segni dei tempi”. Ha concluso mostrando come GS superi i dualismi che portano a riduzioni; come conduca a superare una visione riduttiva e limitata dell’antropologia, della Chiesa, del Mondo, della presenza di Dio nella storia. Con il Concilio e con GS in particolare si aperta una fase di ricerca, non di certezze. Il rischio nostro di oggi, ha detto, è di cercare di nuovo le certezze e trascurare la ricerca. Il Vaticano II ha compiuto una svolta positiva verso il mondo superando il relativismo, consapevole della validità del messaggio evangelico, riconoscendo gli aiuti che la Chiesa riceve dal mondo ... E’ su questa linea che dobbiamo continuare.
La V sessione ha prestato attenzione ad alcuni decreti. Presieduta da Maria Grazia Fasoli, Presidente del Coordinamento Donne delle ACLI, e moderata da Fabrizio Bosin, docente di teologia dommatica al Marianum, vi hanno offerto le loro comunicazioni Cristina Carnicella, della Pontificia Università Gregoriana sull’ “Inter Mirifica”; Letizia Tomassone, pastora valdese, su “Unitatis Redintegratio”, Marinella Perroni, docente di Scrittura al Pontificio Ateneo S. Anselmo su “Optatam Totius”, Carmelo Dotolo, presidente della SIRT, su “Dignitatis Humanae”. Non sempre è stato loro possibile offrire dati concreti relativi alle donne e alle ricadute specificamente loro in ciò che concerne i diversi decreti. Manca, infatti, del tutto in determinati ambiti una produzione delle donne.
Le conclusioni sono state dettate da Crispino Valenziano del quale richiamiamo soltanto le indicazioni epistemologiche: interdisciplinarità trans-categoriale; ampiezza globale riguardo ai saperi; sinergia creativa; ricusazione del principio del terzo escluso e affermazione della relazione nella sua non accidentalità. Cose tutte da attivare a partire sia da quella che egli chiama la “danza” delle costituzioni (ognuna va correlata alle altre tre), sia dal “ritrovamento” dei decreti e delle dichiarazioni, i cui temi e le cui istanze sono sin qui rimasti ai margini. Se, per la questione donna e Chiesa, donna e teologia, emerge una certa “delusione” e una certa percezione dell’ “incompiuto”, l’invito è per ciò che concerne la ricezione critica, a operare un discernimento più direttamente ermeneutico e meno funzionale a eventuali rivendicazioni. Con ciò ritornando al primato dello Spirito, ai suoi doni e ai suoi frutti.