Contributi
Il Pontificio Istituto Liturgico tra memoria e profezia
Crispino Valenziano
Relazione di Crispino Valenziano al IX Congresso Internazionale di Liturgia Il Pontificio Istituto Liturgico tra memoria e profezia il 4 maggio 2011.
Feliciora Usque Suscipiat Incrementa
Quando il 15 giugno 1962 papa Giovanni XXIII ci indirizzava questo auspicio, ricapitolatore di ogni legittimo “ottativo” per il PIL, ai suoi occhi lungimiranti il nostro Istituto compiva il primo anno della sua “provvida” fondazione: Instituto Sacrae Liturgiae quod provide conditum est, omnia optabilia faustaque ominamur ut in provehendo de Divino Cultu studiis feliciora usque suscipiat incrementa (1). Auspici “augurali”, dunque, per la “promozione del Culto Divino con indagine scientifica”, in provehendo de Divino Cultu studiis.
Cioè, auspici per quel medesimo compito assegnato istituzionalmente al PIL, dal Decreto stesso istitutivo Ut legem credendi lex statuat supplicandi, il 17 giugno 1961: «Ad esso (Pontificio Istituto Liturgico) spetterà provehere le scienze liturgiche stabilendone un corso di lezioni e curandone edizioni antiche di testi e documenti; e con pubblici eventi portare i risultati delle ricerche più alte alla conoscenza di tutti »(2). Ne hanno avuto e ne hanno coscienza quanti hanno frequentato la Scuola con la prima la seconda e l’attuale generazione di docenti, gli uni e gli altri nelle loro rispettive ricerche e studi, e nei rispettivi risultati.
Molto intrigante la semantica di provehere; la quale attivamente significa “portare avanti, condurre allo scopo, spingere effettivamente, eccitare vivacemente, trascinare con sé, sino ad innalzare agli apici”; e significa riflessivamente “essere trasportati”: gaudio (me) provehente, trasportato dalla gioia, “essere rapiti”: amore provehor, sono rapito dall’amore … Tutto un accumulo perfettivo.
A me pare difficile che nel 1961 la Congregazione dei Seminari e delle Università degli Studi (G. Pizzardo prefetto, D. Staffa segretario) abbia scritto con avvertenza oltre l’uso curiale del termine latino, cuius (del PIL) erit liturgicas scientias … provehere atque omnes certiores facere ... Ma non mi pare affatto improbabile che nel 1962 Giovanni XXIII lo abbia sottoscritto con piena avvertenza e deliberato consenso, quando la Commissione preparatoria dello Schema sulla Liturgia (G. Cicognani presidente, A. Bugnini segretario) aveva prestato attenzione alle peculiari attese del papa dal Concilio prossimo venturo; ne erano membri o consultori, dal 1960 o dal 1961, G. Bevilacqua, B. Botte, B. Capelle, A. Chavasse, A. Hänggi, P. Jounel, J. Jungmann, M. Righetti, H. Schmidt, C. Vagaggini (vice rettore dell’Anselmianum) … esponenti ai piani alti del Movimento Liturgico. Pure, ciò mentre era in corso la “Commissione conciliare de Liturgia” (A.M. Larraona presidente, F. Antonelli – infine, nel seguente ottobre 1962 – segretario). (3) Né dimentichiamo che Giovanni XXIII era genio-carisma davvero unico di leitourghia e devotio, da lui sperimentata a diastole/sistole di un respiro vitale regolarissimo, oltre qualsiasi lacerazione sia dei devoti manieristici sia dei panliturgisti miopi: ante litteram, un respiro secondo SC 12-13. (4)
Dunque, Felix è “favorevole, riuscito, efficace, fertile, salutare”, È felix, “favorevole”, il vento che porta avanti la tua barca e conduce le tue cose; “riuscito”, il tuo tentativo di spingere ad agire; “efficace” la tua pressione ad eccitare l’entusiasmo; “fertile” il tuo sforzo di trascinare con te e promuovere sollevando a compimento quanto e quali ti stanno a cuore; “salutare”, il sacramentum a cui tu ministri: sacramentum felix, ha descritto Tertulliano; e l’apax della liturgia: O felix culpa quae talem ac tantum meruit habere Redemptorem! Giovanni XXIII ce ne augura plus, augura feliciora.
Usque è “da ← ad →” senza intermittenza. Usque pervenies ut magis diligas “(dal tuo limite) giungerai ad amare di più / senza interruzione” ha scritto Giustino; e dalla liturgia: Misericordia Domini ab aeterno et usque in aeternum (Sal 102,17. Canto di Comunione nella Messa votiva 2).
Suscipere è “ricevere, accogliere, raccogliere, sostenere, affrontare, addossarsi, prendere in cura, farsi responsabile, … / l’altro, il valore, l’impegno, la cosa, …”. Avendo indetto il Concilio sei mesi prima (5) Giovanni XXIII confida un tale bagaglio di responsabilità all’Istituto Liturgico provide “provvidenzialmente” fondato in un tale clima – di questa Provvidenza di Dio nella storia dell’uomo in quei giorni, dirà tre mesi dopo, nel radiomessaggio dell’11 settembre quasi conducendo per mano (6) verso l’inizio del Concilio stabilito per l’11 ottobre 1962 già da quattro mesi (7) -. Dalla liturgia: Deus qui … Filii tui carnem humanis fecisti praejudiciis non teneri, praesta quaesumus, ut huius creaturae novitate suscepti vetustatis antiquae contagiis exuamur (Orazione colletta nella Messa del martedì dopo l’Epifania). E ancora: Recordare, Domine, servorum tuorum qui hos electos suscepturi sunt ad fontem regenerationis (Preghiera Eucaristica nella Messa rituale per il Battesimo).
Incrementum è “sviluppo (della vita); aggiunta (alla cosa); accrescimento (nella persona)”. Giovanni XXIII ce lo augura al plurale: incrementa. Dalla liturgia: Rerum conditor Deus … da ut opus quod incipimus huius vitae prosit incrementis, et ... (Orazione colletta nella Messa per varie necessità 26). E infine verbo e sostantivo alla lettera: … populus tibi sacratus … nova semper incrementa suscipiat (Orazione colletta nella Messa della Memoria calendariata al 23 marzo).
Ed è cosi che la suggestione degli auspici papali per noi, si forma come un augurale prospetto culturale; il prospetto liturgico, appunto, del vero e proprio progetto culturale che è il Concilio stesso (8).
I.La prospettiva liturgica provvidenziale nel progetto del Concilio Vaticano II
Sono quasi dieci anni da che nel XL anniversario della fondazione del PIL tra fine ottobre e inizio novembre 2001 il nostro VI Congresso Internazionale si è provvidenzialmente interessato della epistemologia liturgica. Dico “provvidenzialmente” persuaso che, avendo lavorato il PIL della prima e della seconda generazione non poco né male pure di metodo e metodiche, secondo l’indicazione del Decreto istitutivo: Institutum Liturgicum … quo aptius scientifica methodo instituerentur tum magistri disciplinarum liturgicarum tum directores commissionum liturgicarum … etc, per chi debitamente l’ha acquisito sarebbe ripetitivo la sua parte né sarebbe tempestivamente produttivo reduplicare in metodologia con cura oltre gli ovvi aggiornamenti eventuali. Nella linea che giustamente sia i docenti delle discipline liturgiche sia i direttori delle commissioni liturgiche sia i ricercatori ed esperti di liturgia in corso di formazione presso la Scuola del PIL hanno il diritto di pretendere e il dovere di aspettarsi, attualmente l’urgenza è altra.
Il “Tra memoria e profezia” nel titolo del nostro Congresso significa “raccontare” senza precorrere, riferire lasciando a chi toccherà di raccontare a loro volta le cose che verranno? È che in quel “tra” c’è questa crisi del millennio che, probabilmente, è terzo incomodo ma, certamente, ci responsabilizza comunque nella attualità. E perché, poi, “tra memoria e profezia” non significherebbe memoria praeteriti et, in gioco di anticipo, memoria futuri? a tal punto nel nuovo Israele (cf Gal 6,15-16) sarebbe svanita la buona memoria d’una vena non disseccata a profetare? Se ebbero la loro genialità i promotori della nostra prima generazione per cui, essi e gli altri da essi associati all’impresa, si sono fatti fondatori della Scuola che oggi arriva feliciter usque ai suoi cinquant’anni d’oro; i successori della terza generazione usufruiranno anch’essi una propria creatività di rilanciatori similmente validi a suscipere il bagaglio delle nuove responsabilità!
A me pare che le circostanze gradevoli e sgradevoli intercorse nel decennio ultimo passato, oggi c’invitino – ovvero ci obbligano? – a insistere ed insistere sul complesso circuito epistemologico della liturgia affinché la non provvida temperie attuale non s’intruda nel non breve intervallo germinativo normalmente conseguente a tutti i Concili della Chiesa come ad ogni transculturazione nella Storia, malamente, al modo d’una selvatica galoppata d’ippopotami su Cristalli di Rocca. E anzi, pure la crisi onerosa e rattristante riesca provvidenziale nel correggere, integrare, trasmettere le acquisizioni future insieme alle passate; e la generazione a cui nel presente passa il pondus diei et aestus per la Vigna (Mt 20,12) trans-formi provvidenzialmente pure gl’impulsi della crisi in oro fatto zecchino nel fuoco del crogiolo (cf 1Pt 1,7) ed in provehendo de Divino Cultu studiis feliciora usque suscipiat incrementa.
Dal decennio trascorso il PIL si autopresenta dichiarandosi intento alla attuazione mirata di SC 15 sulla preparazione dei docenti di liturgia, SC 16 sul suo insegnamento organico, SC 23 sulla relativa ricerca scientifica, SC 44 sulla formazione dei competenti adeguati per le commissioni liturgiche. Personalmente e con altri Colleghi abbiamo lavorato abbastanza mirando pure a SC 37-39 sull’adattamento della liturgia, ed a SC 40 §3 sulla aptatio profundior et ideo difficilior, cioè all’adattamento “culturale” della liturgia per il quale si richiede (ib.) che presto sint viri in re de qua agitur periti.
Adesso per mandare ad effetto il nostro prospetto del progetto integrale che è il Concilio Vaticano II stesso, nella temperie attuale, io non ritarderei un istante a intraprendere appassionatamente la considerazione fedelmente attuativa di SC 43 con gli indicativi del suo testo. Tanto più che nel cinquantesimo (oramai in dirittura di arrivo) della Costituzione conciliare sulla Liturgia (e ricorre parimenti il quarantesimo dello Schema sulla Liturgia nella stesura della Commissione preparatoria alla quale il testo risale) riguardo a quegli indicativi dobbiamo renderci conto della loro distanza dalla realtà ecclesiale quale nei nostri giorni è vissuta, e renderci responsabili della valenza che comporta la loro possibile, possibilissima, ricezione a modo di congiuntivi in trasformazione impellente e urgente. Tanto meglio che si tratta di trasformazione provvidenzialmente utopica, cioè progressiva e instancabilmente continuativa verso il mai finito, sempre perseguibile.
Leggiamo il testo: «La considerazione a mantenere fervida la Liturgia e rinnovarla è meritatamente ritenuta, habetur [habeatur!] come un segno delle disposizioni provvidenziali di Dio sulla nostra epoca, come un passaggio dello Spirito Santo nella sua (di Dio) Chiesa; ed essa (considerazione) caratterizza, distinguit [distinguat!] con nota propria la vita ecclesiale e addirittura tutta la ragion esplicativa del sentire e dell’agire religioso. Per cui, onde favorire ulteriormente nella Chiesa questa attività pastorale liturgica, il sacrosanto Concilio dispone: …» (SC 43). Mi sembra, dunque, che nel circuito tracciato dalla Costituzione conciliare nella Sezione V, «L’incremento dell’attività pastorale liturgica», del Capitolo I, «Principi generali per il rinnovamento e la cura attenzionata della sacra Liturgia», una epistemologia liturgica a tutto tondo ci s’impone con la scansione stessa e il peso di gravità esplicativi e giustificativi del da fare (che nella breve Sezione del capitolo si limita a SC 44.45.46 obliterando la sua propria pregnanza – ne riparliamo appresso -).
In tutt’uno, però, scansione e gravità rivelative delle attenzioni e delle intenzioni, dell’idealità e del realismo, che il 4 dicembre 1963 papa Paolo VI esplicitò promulgando la Costituzione (questo suo testo, notissimo ma silenziato, ne confessa il sentire pedissequamente; aveva scritto in termini identici sin dal 17 novembre 1962, dopo le votazioni in Aula del giorno 14 e dello stesso 17, che furono le votazioni conciliari nel corso di approvazioni di un documento) in una di quelle Lettere settimanali dal Concilio che il cardinale arcivescovo G. B. Montini inviò alla sua Diocesi di Milano: «Sarà bene tesaurizzare questo frutto del nostro Concilio che dovrà stimolare e a suo modo qualificare la vita della Santa Chiesa; ché primariamente la Chiesa è società religiosa, è comunità orante, è popolo fiorente per lucentezza di coscienza e inclinazione di devozione che si nutrono di fede e di grazia dall’alto. Se ora noi riconduciamo certe forme del Culto ad ordinamento più semplice, in modo da essere capite più agevolmente dai fedeli cristiani e da riuscire gradatamente congruenti con il conversare del nostro tempo, la nostra intenzione non è certo di sminuire l’importanza della preghiera, né di posporla alle altre attenzioni del ministero e della cura pastorale, né di defraudarla in alcun che della sua forza significativa o della sua vetusta eleganza d’arte; nostra intenzione è, invece, che la sacra liturgia sia resa più pura, più consona alle qualità proprie della sua natura, più prossima alle sue fonti di verità e di grazia, e si traduca più facilmente in patrimonio spirituale del popolo (tutto). E affinché ciò avvenga feliciter, “salutarmente”, non vogliamo che qualcuno opponga resistenza all’ordinamento della preghiera ufficiale della Chiesa, apportando cambiamenti privati o singolarità rituali … La preclara preghiera della Chiesa risuoni in tutto il mondo in armonia concorde che nessuno disturbi, nessuno contamini».
Il Concilio, si ripete con topos acquisito, “è scaturito dal cuore di Giovanni XXIII”. Lo fece costatare egli stesso, alla chiusura dell’unico periodo da lui presieduto, l’8 dicembre 1962 pronunciando nel commosso “discorso di addio” parole che il suo “cuore presago” dettò qui e li letteralmente – le stralciamo – : «La prima sessione è stata un avvio volenteroso ad entrare nel cuore e nella sostanza del disegno voluto dal Signore … Ed ecco, venerabili fratelli, lo sguardo si volge fiducioso verso la fase quasi silenziosa ma non meno importante che si apre in questi nove mesi d’intervallo dopo il ritorno alle vostre sedi … Il nostro lavoro prosegue … Piaccia al Signore che i frutti salutari del Concilio siano raccolti non solo dai figli della Chiesa cattolica, ma ridondino pure su tutti i nostri fratelli che si fregiano del nome di Cristiani; come pure su quella schiera innumerevole di uomini … che non hanno nulla da temere dalla luce dell’Evangelo … Il nostro cuore presago guarda là, venerabili fratelli, e ben sappiamo che anche il cuor vostro ha là la nostra stessa sollecitudine … Sarà veramente la nuova Pentecoste che farà fiorire la Chiesa .. sarà un nuovo balzo in avanti del regno di Cristo nel mondo … Ecco, venerabili fratelli, i sentimenti che urgono il nostro cuore commosso, e alimentano la nostra preghiera e la nostra speranza. Terminati i lavori della presente sessione voi state per ritornare alle vostre Nazioni, presso il Gregge dilettissimo a voi affidato. Nel momento in cui vi auguriamo il buon viaggio, è nostro desiderio che vi rendiate efficaci interpreti dei nostri voti presso i vostri Sacerdoti e Fedeli, esponendo loro la nostra grande benevolenza … Ci attendono grandi responsabilità, ma Dio stesso ci sosterrà nel cammino … In quest’ora di commosso gaudio il cielo è come aperto sopra di noi … a infondere sovrumana certezza, sopranaturale spirito di fede, letizia e pace profonda. In questa luce vi salutiamo tutti, venerabili fratelli, in osculo sancto (Rm 16,16)».
La nostra improrogabile epistemologia si scandisce, in radice, con la gravità del Concilio Vaticano II; sul tracciato dei due papi che lo hanno presieduto e, rispettivamente, iniziato e concluso. Un tracciato troppo spesso a torto obliterato, non di rado con patologica estemporaneità. Né di loro due soli, dei quali basti guardare alla voce risuonata nell’Aula e riecheggiata nell’Ecumene. Anche, a loro modo, dei due successori.
Per Giovanni Paolo II il Concilio è “bussola di orientamento” ed è stato “rottura delle abitudini” – no della Tradizione! –. Per Benedetto XVI il Concilio è «scaturito, sì, dal cuore di Giovanni XXIII, ma sarebbe più esatto dire dal cuore di Dio. Rendere accessibile all’uomo d’oggi la salvezza di Dio fu per papa Giovanni il motivo fondamentale per la convocazione del Concilio; e fu questa la prospettiva con la quale il Concilio ha lavorato. Per ciò i documenti conciliari con il passare degli anni non hanno perso di attualità, anzi si rivelano particolarmente pertinenti in rapporto alle nuove istanze della Chiesa e della presente società» (9) –. Il 1 maggio, domenica u.s. nell’omelia nella Messa papale è stato letto dal suo noto testamento: «Desidero ancora una volta dire la mia gratitudine allo Spirito Santo per il grande dono del Concilio Vaticano II, al quale con l’intera Chiesa, e anzitutto con l’intero Episcopato, mi sento debitore. Sono convinto che ancora a lungo sarà dato alle nuove generazioni d’attingere alle ricchezze che questo Concilio del ventesimo secolo ci ha elargito. Come vescovo che ha partecipato all’evento conciliare dal primo all’ultimo giorno, desidero affidare questo grande patrimonio a tutti coloro che sono e in futuro saranno chiamati a realizzarlo. Per parte mia ringrazio l’eterno Pastore che mi ha permesso di servire questa grandissima causa nel corso di tutti gli anni del mio pontificato».
L’insana obliterazione che abbiamo ricordato non è, certo, un’originalità nelle serie dei post-Concili. Ogni volta, se la storia non ci fa difetto, la comunità ecclesiale nella sua unanimità morale, persino insidiata, ne risente la penosa impressione urticante che dalle mani del seminatore la buona semente sia caduta in terreno sassoso arido spinoso, e zizzania dia/bolizzante abbia aggiunto zavorra da bruciare a tempo e a luogo (cf Mt 13; Mc 4; Lc 8); e che agli operai del campo necessiti pazientissima saggezza ad insistere resistentemente sul suolo, oso dire, prima e più che sul seminato. Ma io non mi vergogno del Concilio, e sono persuaso e mi piacerebbe persuadere che questa volta chi non se ne vergogna non si astenga dal domandare intorno a sé: Tu ti vergogni del Concilio? Perché il Vaticano II per la prima volta ha messo in circolo sinergico con la Liturgia la Rivelazione di Dio il Sacramento della Chiesa la dialettica Teo-kosmica del Mondo - è la sinergia delle quattro Costituzioni conciliari –; e la Riunione Sinodale ne è assurta in sé e per sé a criterio di discernimento nel quale la Liturgia è indice e bilancia, sintomo e diagnosi, termometro e terapia, con smalto inconfondibile – è la energia dello straordinario Vissuto conciliare –.
Così, però, a condizione che si rimanga nella intuizione di Paolo VI dalla profetica tenacia per il “coraggio della Chiesa nella modernità”. Alla cui lucidità dirigente e indirizzante contribuiva già smalto G. Bevilacqua (10) suo fermo sostegno sino a che visse (purtroppo se ne andò nel maggio del 1965, nell’intervallo tra il terzo e il quarto periodo conciliare, troppo presto perché fine Concilio e incipiente dopo Concilio ne fossero ugualmente marcati). Intuizione compartita con i padri conciliari che si sono lasciati afferrare e trasportare dal carisma profetico dell’ “aggiornamento per il futuro della Chiesa” di Giovanni XXIII. Ricordato dal suo successore aprendosi il secondo periodo: «Hai voluto e hai convocato il Concilio disboscando alla Chiesa nuovi sentieri e facendo scorrere sulla terra onde nuove di acque sepolte … quasi divinando i consigli supremi e penetrando negli oscuri e tormentati bisogni dell’età moderna».
Ma la gravità del Concilio si scandisce, insieme, sul tracciato della Costituzione liturgica nel circuito di SC 43 che ci sta sollecitando:
-segno delle disposizioni provvidenziali di Dio sulla nostra epoca
-passaggio dello Spirito Santo nella sua (di Dio) Chiesa
-nota caratteristica della vita ecclesiale e ragion esplicativa del sentire e dell’agire religioso.
La storia del testo è subito fatta; ma non altrettanto è percepibile linearmente senza una qualche annotazione. Si tratta di un’oculatissima estrapolazione della Allocuzione rivolta da papa Pio XII il 22 settembre 1956 in Vaticano ai partecipanti del Congresso internazionale di Liturgia pastorale svoltosi ad Assisi nei giorni precedenti (11). Le citazioni sono due; le trascrivo in sinossi con il testo del Vaticano II, nella redazione preparatoria non numerato, premesso a 34-36 – corrispondenti nella redazione definitiva a 44-46 – e mai variato sino alla redazione conciliare:
Allocuzione Pïana SC non numerato/43
(in lingua francese; autunno 1956) (in lingua latina; inverno 1961)
«Il movimento liturgico «La considerazione a mantenere fervida la liturgia e rinnovarla
è apparso così è meritatamente ritenuta
come un segno delle disposizioni provvidenziali di Dio sulla nostra epoca,
come un passaggio dello Spirito Santo nella sua Chiesa»
(Introduzione; l.c.712) [a]
«(e) la liturgia «ed essa (considerazione)
caratterizza con nota propria la vita ecclesiale e addirittura
il completo atteggiamento tutta la ragion esplicativa del sentire e dell’agire religioso»
(Conclusione; l.c. 724) [b]
L’Allocuzione si da’ referente il Movimento Liturgico, promotore intelligente del famoso Congresso (l.c.711) nell’ «innegabile suo progresso in estensione e in profondità», paragonandone «la situazione attuale a ciò che essa era trenta anni fa’ [sic; ma probabilmente sta per quaranta, visti gli altri errori di stampa in cui ci si imbatte, il termine di partenza che il papa si autoassegna a soglia “decisiva”, e il «così» conseguenziale che sopra abbiamo trascritto nella seconda riga della nostra sinossi]. L’interesse per la liturgia, le realizzazioni pratiche e la partecipazione attiva dei fedeli hanno avuto uno sviluppo allora difficile da presagire». Pio XII attribuisce «l’impulso principale, tanto in materia dottrinale quanto nelle applicazioni pratiche, alla Gerarchia»; e nel senso della spinta che il Movimento liturgico ne riceve è attribuzione esattissima. Ma l’integralità del discorso al riguardo obbliga a non dimenticare la simbiosi causa/effetto tra l’opera provvidenziale del Movimento Liturgico ed i provvidenziali interventi da Pio X a Pio XII; perché è tale simbiosi che ha fatto la storia preconciliare della rivitalizzazione liturgica, a sua volta insostituibilmente progressiva nel cammino storico della riforma liturgica in complesso.
Le tappe che l’Allocuzione seleziona sono una di Pio X, tre del papa stesso interlocutore.
Dal papa predecessore, Pio XII apporta il Motu proprio del 23 ottobre 1913, Abhinc duos annos, nel quale rifacendosi alla sua Costituzione apostolica dell’1 novembre 1911 promulgata per la riforma dispositiva del Salterio nel Breviario (cento anni fa’) Pio X formula l’idea d’una riforma generale del Breviario stesso annotando che è da prevedere una lunga durata per il restauro di quell’aedificium liturgicum dal suo squalor vetustatis. Precisamente questo: “squallore di vecchiezza”, è detto del Breviarium Romanum ex decreto SS. Concilii Tridentini restitutum promulgato da Pio V nel 1568 e da SistoV Clemente VIII Urbano VIII Clemente XI … summorum pontificum cura recognitum via via senza troppi riguardi riverenziali! Pio X vi mise mano, e vi metterà mano il medesimo Pio XII che nel 1945 v’introdurrà una nuova versione latina del Salterio curata dal PIB e che, inoltre, nel 1947 costituirà una Commissione speciale per la riforma generale del Breviario stesso. Poi sarà la volta di Giovanni XXIII, nel 1960…; e finalmente di Paolo VI, nel 1970 iuxta decretum SS. Concilii Vaticani II … Al 1913 l’Allocuzione fa risalire quel “innegabile progresso” preso in considerazione nel quarantennio all’incirca, perché secondo Pio XII è l’Abhinc duos annos che «ha dato al Movimento Liturgico uno slancio decisivo. Il popolo credente ha accolto queste direttive con riconoscenza [suppongo che insieme al Motu proprio documento riguardante una seconda volta il Breviario di chierici e religiosi, si sta guardando l’altro Motu proprio, “Tra le sollecitudini” del 1903, che è invece il documento-base d’ogni riforma liturgica successiva, papale e/o conciliare, riguardando la partecipazione di tutti i fedeli alla liturgia e affermandovisi a chiarissime lettere: “Lo spirito cristiano ha la sua prima indispensabile sorgente nella partecipazione dei fedeli ai santi misteri e nella preghiera liturgica” – cf SC 10 e 11 - ] e si è mostrato (il popolo credente) pronto a rispondervi; i liturgisti si sono messi all’opera [probabilmente: si sono ri-messi all’opera per lo “slancio decisivo”] e subito si sono sviluppate iniziative interessanti e feconde …».
Di se stesso Pio XII seleziona «la lettera enciclica Mediator Dei del 20 novembre 1947, il Decreto [dato dalla Congregazione dei Riti, con annessa Istruzione] di riforma della Settimana Santa, datato 16 novembre 1953 [correggi: 1955] che ha aiutato i fedeli a capire meglio e partecipare di più, e infine la lettera enciclica De musica sacra del 25 dicembre 1955 [fine p. 211]. Il Movimento Liturgico è apparso così … » [è l’incipit sopra trascritto in sinossi con SC 43]. Superfluo ribadire qui l’importanza omnivalente della pietra miliare significata con la Mediator Dei nel cammino del Movimento Liturgico verso la Costituzione del Concilio sulla Liturgia e il passaggio dalla riforma papale alla riforma liturgica conciliare; ed è inutile ripetere le significanze rimesse in circuito e le rimanenti da rimettervi con la riforma del Triduo Pasquale. Il De musica è rimasto, e rimane la sua buona parte, croce e delizia della querelle estrema … (12)
Ecco il contesto immediato della prima citazione. Ora, della seconda.
L’Allocuzione terminò con due conclusioni (l.c. 724). Una su «La liturgia e il passato»; e in essa, dopo avere ben distinto tra «elementi immutabili di contenuto che trascende il tempo» ed «elementi variabili, transitori, a volte persino difettosi» - cf SC 21 e 23 – Pio XII affermò: «L’atteggiamento attuale dei contesti liturgici riguardo al passato, in generale ci sembra del tutto giusto: si ricerca, si studia seriamente, ci si lega a ciò che davvero lo merita e senza cadere in eccessi. Pur se quà e là … ». L’altra su «La liturgia e il presente»: e in essa, prima di accennare al suo «dovere di vigilare e prevenire», egli tematizzò il suo dire tramite l’affermazione che ci interessa identificandosi con il nostro testo puntualmente. È ad illustrare la «nota propria caratterizzante la vita ecclesiale e il completo atteggiamento religioso» che l’Allocuzione s’intrattiene: «Si osserva sopratutto una partecipazione attiva e cosciente dei fedeli alle azioni liturgiche» - cf SC 14 – ; e sul completo atteggiamento religioso riprende: «La liturgia attuale si preoccupa anche di molti problemi particolari, ad esempio riguardo ai rapporti di essa liturgia con le idee religiose del mondo attuale, della cultura contemporanea – cf GS 58 (addirittura) – delle questioni sociali, della psicologia del profondo».
Ma in tale ultima conclusione l’Allocuzione abbozza una fenomenologia che nell’orizzonte conciliare maturerà e farà maturare molte cose; anche dialetticamente, ambivalentemente, persino oppositivamente: «Da parte della Chiesa, la liturgia attuale comporta una inquieta tendenza al progresso ma pure alla conservazione e alla difesa – cf SC 23 – . Si volta al passato senza copiarlo servilmente e crea del nuovo nelle stesse cerimonie – cf SC 34 – nell’uso della lingua parlata – cf SC 36 – nel canto popolare – cf SC 118 - nella costruzione delle chiese – cf SC 124 – … Da parte loro i fedeli si preoccupano di rispondere alle decisioni prese dalla Chiesa [gerarchica] ma adottano in ciò atteggiamenti profondamente diversi: c’è chi dimostra prontezza, entusiasmo, addirittura passione, a volte viva talmente da motivare interventi d’autorità; altri invece mostrano indifferenza e persino opposizione. Ma è cosi che si manifestano le diversità caratteriali, come anche le preferenze per la pietà individuale ovvero per il culto comunitario – cf SC 12».
Tutto ciò esaminando e riesaminando, ci si spiega il fatto che, finalmente, in SC 43 l’Allocuzione non è stata citazione propriamente detta: essa vi sta ben oltre. In nota vi fu apposta a modo di doppia citazione, nello schema redatto dalla Commissione preparatoria, approvato da Giovanni XXIII e inviato ai vescovi, presentato all’Aula del Concilio e discusso dai padri; ma non nel textus emendatus presentato nella 36a Congregazione generale ed ivi votato e approvato il 7 dicembre 1962, né nel testo definitivo presentato nella 73a Congregazione generale ed ivi votato prima per capitoli poi in intero e approvato il 22 novembre 1963. Nella Costituzione sulla Liturgia l’Allocuzione non è conferma autoritativa, è concentrazione da denucleare energeticamente.
Ma pure se una sorta di rispetto autoritativo, secondo me provocò che nessun intervento lo discutesse mai in quindici Congregazioni generali, dalla 4a alla 18a, e quindi nessun “modo” mai gli sia stato attaccato, mi pare sia rimasto testo di un enigma erratico. Soltanto una volta, nella 6a Congregazione generale discutendosi in Aula il Proemio e il Capitolo I dello Schema, il 24 ottobre 1962 A. Gonçalves do Amaral arcivescovo di Uberaba in Brasile toccò l’Allocuzione nell’ultima conclusione limitatamente alla questione della lingua latina da mantenere – o no –nel rito latino.
È che in realtà SC 43 nella Costituzione sulla Liturgia trascende il ruolo d’introduzione assegnatogli: «Per cui, a promuovere ulteriormente nella Chiesa una tale azione pastorale liturgica, il sacrosanto Concilio stabilisce: …. »; e seguono SC 44 su la Commissione liturgica nazionale SC 45 su la Commissione liturgica diocesana SC 46 su le Commissioni diocesane per la Musica e per l’Arte. La mia ipotesi è di ben altra pregnanza, ed è così che ne suppongo la valenza germinativa di questa epistemologia a cui giro intorno attendendo.
E ripeto convinto ora come allora ciò che ho detto 35 anni fa’ e che oggi (4 maggio 2011, p. 4) l’Osservatore Romano pubblica di nuovo. A cinquant’anni dal Movimento Liturgico, dicevo, il progetto di una scienza specialistica, organica e compiuta, della Liturgia s’impone “a ragione” nella riflessione teologica e “a promozione” nella conduzione ecclesiale; ragione/promozione capaci, capacissime, di instradare quella costringente epistemologia.
II.Una scansione epistemologica per la gravità della re-forma in progetto
II,1. “Segno delle disposizioni provvidenziali di Dio nella nostra epoca”
Ovvero: De nobili simplicitate
Sin dalla Costituzione apostolica d’indizione del Concilio – ci si sarebbe soffermato poi nella Allocuzione inaugurale dell’11 ottobre 1963, Gaudet mater Ecclesia – Giovanni XIII avvertiva la segnaletica “provvidenziale”: «Certi animi sfiduciati (dal cambiamento epocale del nostro tempo) al punto di non percepire altro che tenebre, temono quasi la scomparsa di questo mondo. Ma a noi piace riporre la nostra saldissima fiducia nel Salvatore dell’umano genere che non abbandona affatto gli uomini mortali da Se redenti. E anzi obbedienti al monito di Cristo Signore che esorta a scrutare “i segni dei tempi” (Mt 16,3) tra tali tetre caligini intravediamo indizi, non pochi, che fanno presagire auspici d’epoca migliore per il genere umano …». Scrutare i segni dei tempi è arte, certo; addirittura arte raffinata, che si apprende, e per la quale tanto “dei tempi” si prevede di positivo su cui contare quanto in essi si comprende al di là del negativo solitamente sordo ed opaco. Epistemologia adeguata a tale arte è soltanto la “qualità”. Apprezzare, valorizzare, perseguire, apportare, sempre e dovunque, comunque e in tutto impegno, qualità. Poiché la qualità, analogamente alla bellezza, si apprende e si comprende soltanto accompagnandovisi, tanto meglio quanto più intimamente.
Per ciò, nelle crisi che attualmente traumatizzano la nostra liturgia, la ritualità e le celebrazioni, io trovo che non deprimono le preoccupazioni insorte ma preoccupano invece le depressioni insorgenti. Perché davanti all’autorevolezza di un Concilio generale della Chiesa quelle contano tanto quanto conta il presumere dell’ignoranza la quale si debella con la formazione sul campo, e così come contano i complessi di superiorità o d’inferiorità ai quali presi tempestivamente si rimedia ritagliandone il patetico, mentre queste, le depressioni, schiacciano ed ottundono perniciosamente, ed allora fa terapia unicamente la frequentazione entusiasta con i mirabilia Dei e la loro storia nella storia dell’uomo. “Formare”, dunque; sul campo, ed entusiasmando per le realizzazioni degne.
Peraltro, l’emergenza tuttora compressa in svariate parzialità - ne gradiremmo stimolanti declinazioni; senza tacere che riguardo alla liturgia non si fa’ educazione, si da’ formazione: R. Guardini insegna! – la così detta “emergenza educativa” si erge davanti alla responsabilità della Chiesa insieme che nella(e) cultura(e) circostante(i). Noi c’interroghiamo ad ogni occasione cosa ne sia della formazione teologica programmata nel contesto della recognitio degli studi dal Decreto conciliare Optatam totius Ecclesiae renovationem (pur’essa con le sue parzialità). Non so in che modo, o se, ciò che nei nostri paraggi va sotto l’etichetta “processo di Bologna” faccia posto nel suo collage al famoso OT 16. So bene, però, che recitava: «La S. Scrittura dev’essere come l’anima di tutta la teologia … e i Misteri della Salvezza … siano sempre colti nelle azioni liturgiche, secondo SC 7 e 16 … la S. Liturgia deve ritenersi la prima e imprescindibile fonte dello spirito autenticamente cristiano, secondo SC 15 e 16…».
E so che se nei decenni successivi all’evento conciliare i fedeli cristiani, teologi biblisti storici giuristi esperti vari in discipline propriamente o convenzionalmente teologiche, e diaconi presbiteri vescovi, nati appresso il Vaticano II, si fossero formati secondo OT 16, molti guai ci sarebbero stati e sarebbero tuttora risparmiati. Rileggiamo, o leggiamo, di Giovanni XXIII l’Allocuzione a chiusura del primo periodo di Concilio (III sub fine); di Paolo VI le Allocuzioni a chiusura del secondo periodo (passim) e a chiusura del terzo (passim) o le Allocuzioni alla 142a Congregazione generale (passim) alla 8a Sessione (circa medium) e alla 9a (sub initio e circa medium).
Si scorgono, ahimé, in ordine sparso tutt’intorno a pseudo leader , intendimenti che non centrano la questione della formazione liturgica, né della educazione cristiana né della coltivazione umana integrale, perché scavalcano disinvoltamente pure la Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis momentum in vita hominis, eiusque influxum semper maiorem in socialem huius aetatis progressum. E io non saprei, ad esempio, perché i recenti “Orientamenti pastorali” della CEI (4 ottobre 2010), che avvierebbero il decennio 2010-2020 ad interessarsi della educazione cristiana, appena citato a routine GE 1 (in nota 3) sul diritto alla educazione, si affrettino ad immettersi in percorsi insufficienti, unilateralmente tangenziali (si ripassi professionalmente la documentazione educativa reperibile nelle 95 note).
So, tuttavia che è intrascurabile: «Tutti i cristiani, i quali in virtù della loro rigenerazione dall’acqua e dallo Spirito Santo sono stati fatti nuova creatura e si chiamano e sono figli di Dio, hanno diritto alla cristiana educazione. La quale non soltanto persegue la maturazione della persona umana (cf GE 1) ma si rivolge ad introdurre progressivamente i battezzati nella conoscenza sempre migliore del dono della fede ricevuto ed imparare ad adorare il Padre in spirito e verità (Gv 4,23) specialmente nella azione liturgica … » (GE 2)
Dicevamo di “formazione” nell’ambito del nostro circuito compiuto di epistemologia liturgica.
Compiuto intorno ai Misteri di Dio e nelle discipline dell’uomo: «Applicandosi alle varie discipline, filosofiche storiche matematiche fisiche chimiche, e interessandosi delle arti, un uomo contribuisce supremamente a che l’intera umana famiglia si elevi alle regioni più sublimi della verità del bene della bellezza, e al giudizio critico sul valore dell’universo, e alla chiarificazione più lucida della mirabile Sapienza che da sempre era con Dio come architetto nel gioco della composizione del cosmo e deliziandosi tra i figli dell’uomo (Pr 8,30-31)» (GS 57). Leggilo in intero: sui rischi del progresso scientifico e tecnico non dominato e sulla costruzione di un mondo più umano, sull’importanza della cultura antropologica nella vocazione integrale dell’uomo e sulla coltivazione che culturalmente si estende dalla terra del suolo al perfezionamento della creazione cosmica di se stessi e degli altri, e sino al Culto di Dio Pantocratore.
Circuito epistemologico compiuto con la dialettica tra razionalità dell’intelletto ed estetica delle arti: «Si conoscano a sufficienza e si impieghino, non soltanto i principi teologici ma anche le scoperte delle scienze profane … Al loro modo anche la letteratura e le arti … Pertanto bisogna impegnarsi affinché gli artisti si sentano riconosciuti dalla Chiesa nella loro attività e fruendo di ordinata libertà riescano a stabilire più facili rapporti con la comunità cristiana. La Chiesa riconosca anche le forme nuove d’arte, adeguate alla nostra epoca secondo l’indole delle diverse nazioni e regioni [= secondo le diverse culture] e dove e quando sono conformi al linguaggio ed alle esigenze della liturgia siano recepite negli edifici di culto (SC 123; Paolo VI, Discorso agli artisti romani, 7 maggio 1964]» (GS 62). Leggilo in intero; puntigliosamente sull’arte e per essa sulla illustrazione delle assonometrie svariate, pure le oppositive, intorno all’uomo.
In effetti ci si accanisce rabbiosamente contro l’arte delle culture attuali, talmente da impedirsi di fatto ogni analisi rivolta ad accertare se questa o quella forma di pittura di scultura di musica di architettura corrisponda al linguaggio e alle esigenze proprie di diritto alla liturgia; c’è chi pretenderebbe di saltare a piè pari nel rifiuto aprioristico senza appelli, magari con motivazioni idiotamente strumentali. Perché architettura e musica ci potrebbero interpellare arcaizzando – musica e architettura in cultura cultuale si costruiscono per vibrazione concorde – e l’eucologia originante – che è modulor – non dovrebbe osare di ripulire contaminazioni circostanzialmente degradate nei secoli? tutti sappiamo quant’è relativo, e non pertanto fatalmente relativista, l’apprezzamento tra l’arcaicità e l’archeologismo, e qual è la valorizzazione con somma delicatezza ricavabile nelle pieghe. Perché un’oleografia o un emblema seriale possono imporsi mentre una scultura stilizzata o una vetrata astratta debbono nascondersi? una casula ampia forma serica no, una pianeta floreale lampasso decurtato sì; una sorta di stile “nazional-popolare” in cui si ammassano extravaganze crepuscolari di «nuda sontuosità» (SC 124) sì, un’efflorescenza dall’ethnos che proclami le aretas del Signore (cf 1Pt 1,9) no. Non sarà perché quell’arcaizzante e quella oleografia e quella pianeta e quella trina e quel fiocco … si caricano di tutto un ideologismo nostalgico che ne scambia e ne svende codificazioni emotive e decodificazioni linguistiche? Impasse dispersivo da affrontare elaborando mentalmente e pazientando operativamente in celebrazione rituale, formativa per se stessa. Formazione che ci liberi quanto meno dagli spuntoni delle ermeneutiche fasulle circa le arti per la liturgia. Per le quali non sarà mai sufficiente accumulare contatti e approfondimenti circa la virtualità ineguagliata della simbolizzazione autentica – simbolicità, no allegorismi ad nutum – senza di che non c’è salto di qualità ermeneutica nell’apprendere e nel comprendere la liturgia. Specializzare architetti e artisti e, insieme, storici e critici dell’arte e, insieme, teologi e liturgisti, tutti che cerchino seriamente di lavorare specificamente e produrre efficacemente. Se no è l’ob-scaena, beninteso, nel senso originario: ob, “verso”, pencolando per l’occasione; scaena, “spettacolo”, proposta rappresentativa che blandisce vistosamente l’occhio tanto più catturandolo quanto meno è formato. Poiché skene è, sì, “tenda” d’alloggio provvisorio, ma è, pure, palco della finzione spettacolare; e se skenites è l’errante che si accampa nel deserto, skenikos è l’attore che si propone nel teatro …
Circuito epistemologico compiuto riguardo alle età sia anagrafiche di ognuno sia storiche delle comunità; e riguardo alla molteplicità degli uffici che articolano la Comunità ecclesiale.
Non ci capita, e spesso, di costatare che quanto tu hai vissuto e ti ha segnato una volta per tutte – mi rivolgo ai Colleghi – per il tuo alunno è cosa affabulata, la distanza del Vaticano II per te abbastanza colmabile rischia di equivalergli alla lezione che gli dai sul Lateranense IV o sul Basileense-Ferrrarense-Fiorentino-Romano distante altrettanto da lui e da te. Eppure, se la res de qua agimus è segno delle disposizioni provvidenziali di Dio nella nostra epoca, tocca a te, tocca a me, narrargli Sacrosanctum Concilium nel pathos dell’attuale che a noi può dare la contemporaneità del vissuto e a lui deve dare la lucidità del persuasivo da coltivare nella comunità.
Vescovi presbiteri diaconi, chiunque eserciti un ministero nella Comunità, che non sono stati formati al “senso” della liturgia, falliscono tale quale chi ha un’autorità e non è un’autorevolezza. Anche per il fatto che all’autorità è evaporato qualsiasi succedaneo autoritativo, tipo la riverenza allo status da una parte e la repressione facile dall’altra. La sacra funzione le sacre cerimonie il sacro contegno i sacri dicasteri trapassano all’orizzonte del nostro polo. Se, allora, vescovi e presbiteri e diaconi, chiunque esercita un ministero istituito, è privo di formazione già “prima” dell’ordinazione, o istituzione (i programmi riconfigurati dal Concilio sembra siano decollati soltanto per voli sperimentali sull’aeroporto) e ne è privo “durante” (nessun reso-conto di praxis ordinandorum e similari) e privo “dopo” (absit! c’è, anzi, chi suggerisce di abolire in ogni caso l’impiego disturbante dei liturgisti) ovviamente si sta in circolo stravizioso. Non s’incontrano mai soggetti irresponsabili a motivo di selezioni alla rovescia per ministeri dal Concilio determinati addirittura pressius (CD 3) incapaci aggiuntivamente per difetto di adeguata formazione?
La formazione liturgica di “qualità” è vincente omeopatia di somiglianze no diversione di terapie nella patologia; semmani sarà in pathos per l’opera, per la ourghia dell’esercizio cultuale. E magari qualcuno ci aggiungesse alla Storia della Liturgia per epoche culturali una “Storia della Liturgia per fasi evolutive” critica delle evoluzioni e delle involuzioni capitate in progress.
A questo punto non appaia una divagazione se ci rifacciamo alla “nobile semplicità” apparsa improvvisamente nella Costituzione sulla Liturgia in fase di expensio modorum dopo la discussione in Aula del 1962. Il portavoce della sottocommissione V riferì: «In questo articolo (n. 34 già 23) abbiamo cambiato qualche termine per migliorarne la discorsività, e abbiamo aggiunto [a “semplicità”] il qualificativo “nobile”, et addidimus qualificativum “nobili”, perché i riti siano semplificati senza inaridirli». Il textus emendatus fu approvato dalla Commissione per la Liturgia il 30 novembre 1962 all’unanimità, e non ebbe modifiche successive. Non riesco a cogliere chi fu l’autore vero e proprio della qualificazione, ma tendo passionalmente a pensare che l’aggiunta non capitò casualmente, soltanto recependo un “modo”: la qualificazione di cui il testo si arricchì è parecchio transignificativa del messaggio testuale. Ecco il textus emendatus approvato in Aula conciliare e promulgato: «I riti rifulgano di nobile semplicità, nobili simplicitate fulgeant, siano chiari nella brevità, evitino le ripetizioni non utili, abbiano affinità con l’intelletto dei fedeli e, generalmente, non abbiano bisogno di molte spiegazioni» (SC 34).
Formulata per la celebrazione rituale, se la “nobile semplicità” entra in campo c’entra da modello culturale, per natura sua tanto fulgida quanto irradiante. (cf il nobiliorem di SC 113, il nobilissimus di SC 122, il nobilem pulchritudinem di SC 124 …). La sua redazione critica risale a J. Winckelmann (Considerazioni sulla imitazione delle opere greche; 1755) vero e proprio aforisma estetico del neoclassicismo attinente alla percezione sensibile netta semplice immediata adeguata incontrovertibile e stupefacente della statua greca. Fidia o Prassitele, pietra e bronzo, Michelangelo che mille anni appresso ne ripete la qualità suprema nel David marmoreo per la Piazza della Signoria e nel Crocifisso ligneo di Santo Spirito. Basti per intuire che nella Costituzione, e oltre, “nobile semplicità” è qualità-manifesto, per l’arte e le arti liturgiche, per le scienze liturgiche e teologiche limitrofe ed affini, per la spiritualità liturgica e cristiana, della nostra intelligenza e del nostro senso.
II,2. “Passaggio dello Spirito Santo nella Chiesa di Dio”
Ovvero: De mysterica sacramentalitate
Tutti abbiamo imparato da R. Guardini di “spirito della liturgia”; tuttavia, nel presente “passaggio dello Spirito Santo nella Chiesa”, a nessuno riuscirà ozioso rifarsi a qualche ascissa e coordinata di orientamento in praesenti statum rerum
Se ne colga molto se ne colga poco, dicendo “spirito” il cristiano è costretto a cominciare e/o a finire parlando della Spirito Santo; tornante, questo dello Pneuma, sovraponibile a quello del Logos – dalla Stoa a Filone l’Ebreo d’Alessandria al IV Evangelo -. Anzi se altrimenti, se per deficienze di un tipo o l’altro, spirito in minuscolo, arrischiando riduzionismi da Santo a sacralismi, da Culto a ritualismi, da Ethos a moralismi, da Theologhia a ideologismi, da Ekklesia a setta psico-sociologista, et coetera elencando. Perché il Misterico evento cristiano è animato ed è filtrato teandricamente, è identificato dallo Spirito Santo; nella attivazione della nostra Pentecoste che compie il laetissimum spatium della nostra Pasqua iniziandoci alla intelligenza di Dio: «Tu, Signore Dio, compiendo il sacramento pasquale oggi largisci lo Spirito Santo che sin dal principio della Chiesa nascente ha introdotto in tutte le genti la scienza della Divinità» (Prefazio nella Domenica di Pentecoste). Per ciò, nessuna stranezza se noi iniziamo e concludiamo necessariamente con lo Spirito Santo, strano sarebbe il contrario; considerando in aggiunta che «nella S. Liturgia, mediante i segni sacramentali, su di noi agisce la potenza dello Spirito Santo» (LG 51)
Ugualmente, dicendo “spirituale” ci riferiamo allo Spirito e riferiamo dello Spirito. Né dicendo “spiritualità” extravaghiamo in svarioni di mistiche più o meno peregrine; ché, invece, parliamo del nostro status-symbol d’eminente eccellenza, secondo che recita il Decreto conciliare sulla formazione: «Tanto ognuno ha lo Spirito Santo quanto ama la Chiesa del Cristo» (OT 9; citando Agostino, In Johannis Evangelium tractatus 32,8). Ancora, dicendo “spiritualità liturgica” non cincischiamo elevazioni per le feste comandate, effettuiamo la theologica reductio della nostra vita cristiana alla Liturgia “nella quale su di noi agisce la potenza dello Spirito Santo”. Ce se ne compiaccia o no, in senso proprio spirito della liturgia non è direzione unilateralmente in verticale ed è Phase dello Spirito Santo nello spazio-tempo dell’azione teandrica sacramentale.
Phase è “passaggio”. È Phase la Pasqua del Crocifisso-Risorto. È Phase la Pentecoste del Paraclito–Dono. Ma nella Chiesa, dopo Pasqua e Pentecoste lo Spirito Santo non è passaggio, è presenza (cf LG 4 con riferimento a 1 Cor 3,16 e 6,19); e tuttavia, in praesenti statu rerum di dinamica accelerata della storia, viene bene parlare di passaggio anche riferendosi allo Spirito che ripassi a rinnovare «la faccia della terra» (Sal 103, 20. Interlezionale nella Messa vigiliare di Pentecoste) e rinnovi nella temperie attuale pure la faccia della Chiesa: «Ti preghiamo, Signore, riempi della benedizione del tuo Spirito questi doni, affinché per essi sia dato alla tua Chiesa quell’Amore in virtù di cui sfavilli in tutto il mondo la verità del mistero di salvezza» (Orazione sulle offerte nella Messa vigiliare di Pentecoste).
Raccogliamo un monito di teologia e liturgia, di teologia liturgica e pastorale, magnificamente istruttivo: «Appassioniamoci, amplectamur, al mirabile sacramento della Pasqua salvifica, salutaris Paschae mirabile sacramentum, e riformiamoci ad immagine di chi si è fatto conforme alla nostra deformità ad eius imaginem qui deformitatis nostrae conformis factus est reformemur» (Leone Magno, Sermo de Passione, 2,3). Identità della nostra liturgia è la dinamica Pasquale verso la Pentecoste che la qualifica mediante re-forma. Se forma della salvifica Pasqua è la meraviglia sacramentale del Crocifisso-Risorto, ci è ovvio che la Pentecoste dello Spirito Santo sia re/forma del tipo stesso su di cui per essere nostra forma il Crocifisso–Risorto s’è fatto con/forma alla nostra de/forma. Non sono giochi di parole. Niente è così duttile come la forma modellabile, cioè il nobile modo d’essere che si conforma si deforma si reforma secondo che il modello si atteggi. Niente talmente duttile perché quella è Forma operata, appunto, dallo Spirito in rinnovamento o ringiovanimento secondo che assevera la Costituzione conciliare sulla Chiesa: «Con la potenza dell’Evangelo lo Spirito fa ringiovanire la Chiesa e la rinnova continuamente» (LG 4).
La domanda s’impone: sono secoli che nella Chiesa si parla di riforma della Chiesa senza approdare a gran che; ne rimbalza l’eco in certe grevi litanie dei nostri giorni da diverse sponde: Chiesa affaticata, Chiesa afflitta, Chiesa bloccata, Chiesa controriformista, Chiesa scissionista, Chiesa disincantata,… Per abbaglio, si parlerebbe di riforma “della” Chiesa con genitivo soggettivo? La epistemologia liturgica che ci piacerebbe adottare non la intenderebbe così; nella riforma della Chiesa essa porrebbe la soggettualità “dello” Spirito Santo che la fa ringiovanire lui, e la rinnova continuamente lui. Soggettualità della Chiesa è soltanto che, creatura dello Spirito, essa sia tutta attentissima a discernere la novità dello Spirito ed essergli docilissima.
In una desiderabile storia della liturgia per fasi in progress riforma è cursus nella originalità permanente dello Spirito che la traversa Creatore. Noi imploriamo o no: Veni Creator, Spiritus e sappiamo o no che non stiamo modulando: “Vieni, o Spirito Creatore”, ma stiamo ritmando: “Vieni Creatore, o Spirito!”; e crediamo e speriamo, o no, che egli viene? E allora, se un Concilio generale della Chiesa dichiara il fatto, e quando e dove, della sua venuta – del suo passaggio – quale fedele cristiano potrebbe rinunciare al buon senso al buon gusto al buon proposito di mettersi in ascolto ed osservanza? È riconosciuto e dichiarato solennemente: Haec Sacrosancta Synodus in Spiritu Sancto congregata, “Questo Sacrosanto Concilio [Vaticano II] radunato in Spirito Santo” (LG 1). Lo so, lo so bene, contestualmente c’è, ci deve essere, un’ermeneutica del Concilio stesso da ascoltare ed osservare; ma l’ermeneutica si dispone in rifiuto ovvero si atteggia a ricezione? Durante il nostro I Simposio internazionale, il 25-28 maggio 1982, su “I simboli della iniziazione cristiana” (lo abbiamo sentito ripetere) C. Vogel diceva a C. Vagaggini: Ermeneutica dei testi sì, certo, ma no distruzione del testo! Eppure a volte ci pare di assistere surrealmente a una parata d’alibi a tutti i livelli per via d’una catena di ermeneutiche a distruzione …
La coerenza generatrice, simbiotica della Costituzione conciliare sulla Liturgia con la Costituzione dommatica sulla Chiesa non ci può cogliere affatto di sorpresa; e allora non deve coglierci di sorpresa neanche la coerenza simbiotica delle due riforme, riforma liturgica / riforma ecclesiale. Se no (non foss’altro per cultura del sospetto in agguato ...) se la riforma liturgica stesse, artificialmente e pertanto insidiosamente, senza il corrispettivo della riforma ecclesiale, sarebbe assolutamente necessario che le responsabili Competenze ecclesiali s’interrogassero scrupolosamente sulla propria non-riforma. C’è chi racconta che Y.-M. Congar – dottore (o no?) di “Vera e falsa riforma nella Chiesa” – abbia detto: Debbo alla liturgia la metà in ciò che so di teologia; se l’ha detto sarà stato con variante di affine affermazione durante il Concilio in Sala-stampa: Debbo alla liturgia ciò che so di ecclesiologia.
Comunque, papa Giovanni Paolo II ha scritto in Vicesimus quintus annus: «Esiste un legame strettissimo e organico tra il rinnovamento della liturgia e il rinnovamento di tutta la vita della Chiesa. La Chiesa attinge dalla Liturgia la forza per la sua vita» (13) Ma risaliamo sino alla Allocuzione di Paolo VI nella 8a Sessione, il 18 novembre 1965 (la riporto dalle mie note nell’ascoltarla dal vivo; il testo è comunque consultabile negli Atti del Concilio): “Sia lode a Dio nostro Padre … per Gesù Cristo nostro unico Signore amantissimo, nello Spirito Santo dolcissimo Paraclito che ci alimenta ci guida e ci conforta con la sua Carità … Qui è molto importante avere presente che atteggiamento assumere nel post-Concilio … Ora è il tempo dell’aggiornamento preconizzato da Giovanni XXIII: parola alla quale egli non dava certo valenza di relativismo … Dovrà svilupparsi una nuova psicologia della Chiesa, bisognerà insistere su la vita e l’azione della Chiesa da rinnovare secondo il Cristo Signore … La conclusione oramai prossima del Concilio suggerirebbe di fare un bilancio dei frutti che sin qui esso ha maturato, sia riguardo alla dottrina consegnando alla Chiesa lucidi e ricchi documenti di verità e di azione, sia riguardo alla carità … Ma avremo d’ora in avanti l’opportunità di un tale studio, e l’avranno i posteri …”.
Durante i quattro periodi conciliari – nelle 15 Congregazioni generali in cui la Costituzione sulla Liturgia è stata discussa, si contano 325 interventi orali di 250 padri conciliari per 49 ore e 360 interventi scritti, complessivamente 685 interventi; i “modi” vagliati per la redazione definitiva della Costituzione sulla Chiesa nel Mondo furono oltre 20.000…– in corso d’opera le argomentazioni contra apportate furono né più né meno che la elencazione rigidamente redatta e dibattuta e studiata di ciò che adesso si ripete disorganicamente stancamente inconcludentemente. A me, presente in Aula durante tre periodi e in Sala-stampa anche durante il quarto, tuttora non capita di sentire una sola argomentazione che non fosse stata, autorevolmente, surclassata: i documenti ufficiali sono accessibili a tutti da decenni. Fa un certo effetto, in fondo rappacificante e pure stimolante a persistere nell’impresa, risentire a cinquant’anni quasi piovessero dal cielo appunti quaggiù in terra spiegati chiariti dichiarati dalla autorevolezza del Vaticano II. Grazie a Dio provvidente – davvero tema da recuperare umilmente nella vita cristiana, la Provvidenza amorosa di Dio! – la questione ecclesiale del dopo-Concilio non è la sostituzione è, pressantemente, l’attuazione del Concilio. La potatura del superfluo e del nocivo è ineludibile operazione collaterale, ma operazione centrale ineludibile altrettanto è indubbiamente, senza testardaggini aprioristiche, la progressiva depurazione del campo della semina e la coltivazione senza intermittenze.
Occorre “monitoraggio” – aforisma del momento -. Monitorare è da moneo, “faccio pensare, avverto, invito, incito, ispiro …”; monitor è il rammentatore, il “nomenclatore” cioè il suggeritore della nomenclatura che sfugge nelle senescenze, e monitorius è “ammonitore”, fulmen monitorius è “il fulmine che ammonisce”. Non ci riuscirebbe di produrre qualche radius monitorius, ad esempio, circa la sacramentalità identificatoria, a monitoraggio della identità ininter-scambiabile che il sacramentum spirito della liturgia/forma della Chiesa ha la “grazia”, la “bellezza graziosa” d’irradiare?
Prima che si occupassero di causalità efficace della Grazia a referente “sistematico” dei sacramenti così detti in specie, i nostri dottori di antropologia teologica si sono preoccupati “mistericamente” della Sacramentalità così detta in genere. In ciò, nient’affatto generica, la loro riflessione teologale è appropriatamente specifica sugli Eventi fondativi nella storia della Salvezza, così come la grande Tradizione della Chiesa li tramanda – Mysteria / Sacramenta – in Oriente e in Occidente (14). La loro sensorializzazione non è cifra proiettiva di simbolismo antropologico; è percettibilità; su ogni piano e in direzione teandrica, del “Salvatore nostro Dio”. Cioè, reductio della philantrophia “graziosa” di Dio alla nostra percezione sensibile - «quando l’amore per l’uomo, he philantrophia/humanitas, del Salvatore nostro Dio è apparsa, epephane …» (Tt 3,4) – per la “epifania della umanità” di Dio “invisibile” alla nostra “visione”: al nostro udito al nostro tatto alle nostre umane sensibilità tutte, in reciprocità umana/divina sensoriale (cf 1 Gv 1, 1-3; Gv 20,20.25.27; Lc 24,39.45; e Mc 3,10; 6,56; e ancora Lc 2,30; 6, 19; 7,39; e ancora Gv 9,37): «Questo vi scriviamo perché la nostra gioia sia perfetta» (1 Gv 1,4).
Quella dialettica invisibile–visibile in cui visus si fa emblematico di sensus a me sembra calamitante per il nostro discorso. Calcoliamone nella virtualità produttiva del Vaticano II, o della riforma liturgica, pastorale e teologica, del Concilio, la germinalità pregnante; in sinossi con SC 5.10, con LG 1.9.48, e con GS 45.
Preferibilmente in via pulchritudinis; per preferenza mia personale, sì: ma, di nessun altro che “coltiva” (di Culto) e “frequenta” (con Celebrazione rituale) e “adora” (in Spirito e Verità) il Logos-Arte di Dio e lo Pneuma-Artista di Dio? Però radicalmente sulla sacramentalità della «ammirabile ad/con/discendenza dell’eterna Sapienza … (per cui) il Verbo di Dio, assunta la carne della umana debolezza, si è fatto a somiglianza dell’uomo» (DV 13) e «La Parola “mandata uomo agli uomini” parla le parole di Di