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SIRT Società Italiana per la Ricerca Teologica

Interviste

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Anno 2008

Cosa debba essere la confessione - prima parte. PREPARAZIONE AL XIII SIMPOSIO "CREDO... LA REMISSIONE DEI PECCATI "

Prof. Luciano Meddi, catecheta e pastoralista: Certamente tutte queste trasformazioni in atto del confessarsi, sia al livello sociale e di conseguenza all'interno della realtà ecclesiale mette in discussione anche la riflessione teologica su cosa debba essere la confessione.

Si parla normalmente di crisi della confessione ed è indubitabile che gli operatori pastorali: i parroci, i sacerdoti, gli stessi vescovi con difficoltà riescono a descrivere esattamente la situazione. Alcuni aspetti lasciano intendere più che ci sia una crisi, altri aspetti un'evoluzione. Forse nessuno sa ancora dire di preciso dove e come andrà finire questo quarto sacramento. Anche la teologia discute sul tema, sul titolo e sul nome di questo quarto sacramento. Volevo fare una descrizione iniziale, non proprio una descrizione esaustiva, ma mettendo sul tavolo alcuni elementi. Io potrei cominciare nel dire: chi viene a confessarsi e che cosa si confessa.


Cosa debba essere la confessione - seconda parte. PREPARAZIONE AL XIII SIMPOSIO "CREDO... LA REMISSIONE DEI PECCATI "

Prof. Luciano Meddi, catecheta e pastoralista: 

Certamente tutte queste trasformazioni in atto del confessarsi, sia al livello sociale e di conseguenza all'interno della realtà ecclesiale mette in discussione anche la riflessione teologica su cosa debba essere la confessione. Anche i documenti recenti come il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica ci fanno comprendere come la Chiesa sta progressivamente inglobando le nuove interpretazioni che nel corso della storia vengono a determinarsi. E può essere utile segnalare che il segnale di questa difficoltà, ma anche ampliamento, quindi risorsa, deriva dall'aumento dei nomi attraverso cui si tenta di esprimere da parte del soggetto ecclesiale queste intuizioni così antropologiche ma anche così particolare dell'esperienza cristiana: confessione, penitenza, riconciliazione? Ecco c'è un'incertezza sui nomi ma c'è anche incertezza sui compiti.


Anno 2007

Quale modello di Chiesa?

Da carisma a istituzione - mons. Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo


Dottorato H.C. in Sacra Liturgia a Mons. Crispino Valenziano

Pontificio Ateneo S. Anselmo, Roma

24 maggio 2007, ore 16.00

Programma

Saluto e introduzione all'Atto Accademico

P. Juan Javier Flores Arcas, OSB
Preside del Pontificio Istituto Liturgico

Presentazione di Mons. Crispino Valenziano

S.E.R. Mons. Piero Marini
Maestro delle Celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice

Intervallo musicale

Georg Phlipp Telemann,
Sonata Si bemolle Maggiore per oboe e organo (Adagio - Allegro)
Oboe: P. Vlastimil Dufka, SI
Organo: P. Paul Gunter OSB

Proclamazione del neo-dottore

P. Mark Sheridan, OSB
Rettore Magnifico del Pontificio Ateneo S. Anselmo

Consegna del diploma al neo-dottore

Rev.mo P. Abate Primate Notker Wolf, OSB
Gran Cancelliere del Pontificio Ateneo S. Anselmo


Anno 2005

I luoghi di Dio.

SIRTonline: Prof. Caltagirone, dove abita Dio?

Prof. Calogero Caltagirone: Solitamente dico che Dio abita là dove gli uomini pensano che egli non ci sia, perché abitualmente l’uomo ha cercato di ingabbiare Dio all’interno delle proprie precomprensioni e delle proprie attese e, a tal fine, ha utilizzato degli schemi. Molto spesso schemi di tipo spazio-temporali perché sono gli schemi di riferimento della nostra vita quotidiana. Noi viviamo in uno spazio e in un tempo e abbiamo bisogno di rappresentare, localizzare tutta quella che è la nostra esperienza umana. Tradizionalmente quindi, Dio lo si è collocato in cielo, sulla terra, nella storia, però ci rendiamo conto che le vicende storiche, le vicende umane, la dimensione della finitudine umana difficilmente riesce a cogliere poi questa presenza di Dio. Nell’esperienza di Cristo, rivelazione del Padre nell’atto di morte e resurrezione, Dio ha sconvolto questi schemi dell’uomo e si è dato a vedere in maniera nuova. E l’uomo, a sua volta, ha bisogno di occhi nuovi per vederlo. Ecco perché dico che Dio è là dove l’uomo pensa che non ci sia, perché non lo può più localizzare se non all’interno dell’esperienza che ogni uomo fa di Dio attraverso l’esperienza del Cristo morto e risorto.

D.: Il cielo, la terra, la storia. Ha accennato alla possibilità, secondo la fisica contemporanea, di unire questi tre luoghi.

Prof. Calogero Caltagirone: La vecchia localizzazione di Dio secondo una spazializzazione alto, basso, destra, sinistra ecc…, fa riferimento ad un modello cosmologico che implica uno spazio piano o uno spazio tridimensionale, ma inteso come insieme di punti. È il famoso spazio euclideo che implica uno sfondo sul quale collocare le cose. La fisica contemporanea ha determinato una nuova qualità dello spazio e del tempo che è fortemente relazionale perché ha congiunto il tempo con lo spazio, le tre dimensioni spaziali con il tempo in una prospettiva evenenziale. Questo permette di poter modulare in modo differente il senso dello spazio-tempo, perché dipende dal contesto all’interno del quale ciascuno di noi è localizzato; in questo senso, noi diventiamo il punto di riferimento della misurazione dello spazio e del tempo.
Ovviamente, questo principio vale per le grandi masse, non per le piccole, però analogicamente possiamo applicarlo a tutte le dimensioni della nostra esperienza quotidiana. Questo significa che non c’è più una realtà che ci distanzia e ci separa: ciascuno di noi è prossimo a se stesso ma anche prossimo all’altro, in una trama di relazioni fortemente congiunte. In questo senso, sia la teoria della relatività di Einstein, sia la meccanica quantistica diventano degli strumentari euristici per poter dire l’esperienza di fede, anche se solo in maniera analogica. È un modo per poter trovare dei linguaggi nuovi per esprimere sempre l’unica esperienza di fede, allo stesso modo in cui la Bibbia ha utilizzato diverse visioni cosmologiche e diversi schemi spazio-temporali. Ad ogni epoca, ad ogni contestualità, ad ogni mutamento della conoscenza dello spazio e del tempo corrisponde il mutamento della conoscenza del mondo e il mutamento dell’esperienza che l’uomo fa di esso. E, di conseguenza, anche la comprensione del rapporto tra uomo e Dio.

D.: Pur comprendendo questa logica della fisica, non pensa che il nostro limite rimarrà sempre tale da desiderare che “sopra” ci sia Qualcuno?

Prof. Calogero Caltagirone: Senz’altro, ma quel Qualcuno non deve essere necessariamente essere collocato “sopra”. L’aldilà è un’altra cosa. C’è un aldilà all’interno di me che non necessariamente devo localizzare “sopra”. Posso infatti localizzarlo “dentro”, nella profondità della mia esperienza umana. C’è una ulteriorità non contenibile. Sant’Agostino, quando parlava di Dio diceva, a proposito della comprensione che l’uomo ha di Dio, che l’uomo è un bicchiere e Dio l’acqua dell’Oceano. Il bicchiere, per quanto pieno sia, non può mai contenere l’acqua dell’Oceano. Ecco, Dio è questa ulteriorità mai ingabbiabile nelle preoccupazioni dell’umano. Ma le precomprensioni dell’umano servono per poter dire, comunicare questa piccola esperienza che l’uomo vive di Dio sapendo che è sempre al di là, che è sempre ulteriore. In fondo, anche la Rivelazione di Cristo è una rivelazione di Dio che non implica la totalità dell’essere di Dio. Dio è sempre al di là di quello che Cristo ci ha detto.

D.: Questo mutamento della percezione dello spazio e del tempo incide anche sulla relazionalità, non solo tra le persone, ma anche tra l’uomo e Dio?

Prof. Calogero Caltagirone: Certo. La qualità della relazione tra Dio e l’uomo non è più spazializzata in dimensioni esteriori o esclusivamente esteriori. Non è più spazializzata tra un basso e un alto ma nella totalità delle dimensioni esistenziali. La relazione tra uomo e Dio non è una relazione spaziale ma implica una spazialità, una spazializzazione, perché Dio non può avere uno spazio ma questo essere di Dio che si comunica all’uomo necessariamente si deve comunicare in una dimensione spaziale e, quindi, di rapporto. E tale rapporto è dato dalla relazione spazio-temporale nella quale si concreta il rapporto tra Dio e l’uomo.

D.: La relazione potrebbe diventare una nuova ontologia? Che ruolo ha allora la metafisica?

Prof. Calogero Caltagirone: La relazione può diventare elemento che caratterizza un nuovo modo di pensare l’essere. Solitamente, nella cultura classica la relazione era una forma accidentale dell’essere. In questo modo, invece, la relazione si può costituire come categoria portante della struttura dell’essere. L’essere è relazione. E in quanto è relazione può determinare la consistenza delle cose e la comprensione di ciò che sta all’interno delle cose. Le cose sono in continua relazione tra loro e quindi possiamo dire che quella che noi chiamiamo realtà è un’interconnessione di relazioni, una rete di relazioni. Questo permette di poter guardare alle cose non come realtà chiuse in se stesse, monodiche, ma come realtà fortemente aperte che acquisiscono la loro identità nella relazione con altre realtà. Nella reciprocità di queste relazioni si costituisce l’essere delle cose. Bisogna superare tantissime difficoltà di ordine concettuale, logico, epistemologico. Però, nel momento in cui si riesce a trovare una chiave diversa per la comprensione dell’essere, quindi a far metafisica in maniera diversa, è possibile individuare anche una realtà molto più dinamica e molto più in movimento e, allo stesso tempo, capace di cogliere quelli che sono i segni della presenza dell’essere nella storia e, dal punto di vista dell’esperienza cristiana, i segni dell’esperienza di Dio in mezzo all’uomo; i luoghi del suo abitare, che non è più in cielo, in terra o in ogni altro luogo, ma è tutto in tutti ed è in ogni luogo ed in nessun luogo.

D.: Proviamo ad applicare per analogia questa dinamica della relazione nel campo del dialogo interreligioso e dell’ecumenismo.

Prof. Calogero Caltagirone: Parto dall’ecumenismo. Il concetto di unità è stato solitamente inteso secondo un’estensione di spazio tipicamente geometrico, amorfo, isotropo e, perciò, sempre uguale in tutte le parti del mondo. Il mondo è stato diviso in piccoli punti in ciascuno dei quali c’è il segno della presenza della Chiesa. Nel momento di frattura, la tensione all’unità si esplica come tentativo di ricomporre queste singole parti tra loro secondo questa visione geometrica. La concezione di uno spazio-tempo relazionale consente di dire che c’è un punto evento che indica la totalità della presenza. Questo ha dei risvolti notevoli in ambito ecclesiologico perché permette di sviluppare una teologia della Chiesa locale che è pienamente cattolica, cioè che ha la totalità dell’evento della salvezza in uno spazio-tempo ben definito. La molteplicità delle diverse Chiese locali, e quindi delle diverse Chiese, tende all’unità non perché deve ricomporre quello spazio geometrico che si è frantumato ma perché rimodula in maniera diversa questa molteplicità degli spazi all’interno della quale ciascuna Chiesa si costituisce come segno della presenza di Dio. Quindi l’ecumenismo va visto in maniera totalmente differente; non come ricomposizione dell’unità ma come modulazione dei diversi modi di essere Chiesa nella molteplicità degli spazi-tempi.

D.: E il dialogo interreligioso?

Prof. Calogero Caltagirone: Questo argomento rende necessario un altro tipo di discorso, perché si deve partire sempre dall’idea di questo spazio-tempo come evento del Cristo crocifisso e risorto. C’è una relazione che Dio intrattiene con lo spazio del mondo e con lo spazio degli uomini, ed è quella del Verbo incarnato. Allora l’universalità concreta del Crocifisso e Risorto determina anche qui una modalità diversa di rapporto tra le religioni ma che deve essere colta nella centralità di questa universalità e singolarità dell’evento Cristo, di questa singolarità spazio-temporale che è Cristo. In questo senso, le diverse religioni sono incluse in questo spazio-tempo e ciascuna si rimodula in tensione verso Cristo. Ovviamente, ciò implica un discorso del dialogo interreligioso totalmente diverso da come si è impostato finora. La ricerca di un punto in comune si può trovare nella ricerca dell’idea astratta di un Dio ma, nel momento in cui il Dio di Gesù Cristo viene a rivelare un Dio che si fa carne e, come tale, in virtù del mistero pasquale, è colui che realizza il luogo della presenza di Dio nella storia, le modulazioni vanno ancorate a questa nuova qualità. Si può quindi dire che l’evento Cristo, essendo l’elemento verso il quale, dal punto di vista escatologico, si orienta il cammino dell’umanità, si pone alla convergenza degli spazi e dei tempi. In questa convergenza degli spazi e dei tempi nel Cristo confluiscono tutti gli uomini e tutte le esperienze religiose presenti nella storia del mondo.

D.: In che modo tali modificazioni introdotte dalla fisica contemporanea incidono anche sulla visione dell’autorità, del Magistero, della centralità di Roma?

Prof. Calogero Caltagirone: Cambiano le modulazioni dell’organizzazione ecclesiastica. Non nel senso di autorità e luoghi di presenza, ma nel senso di modi di essere, di stili di esistenza che non sono più “centrati” ma “decentrati”. Il decentramento non significa frammentazione o autocefalia, piuttosto riconoscere che l’evento Cristo è presente in tutti i molteplici centri in cui è presente la Chiesa. E vi è Chiesa dove c’è un vescovo, dove c’è annuncio della parola di Dio, dove c’è comunicazione dello Spirito e dove c’è un gruppo di uomini e donne che si riunisce attorno al Vangelo che è accolto, e dove c’è l’Eucaristia. Proprio l’elemento eucaristico implica la dimensione della totalità nel frammento: un frammento che può essere tale solo in rapporto alla totalità. Certo, tutto quello che è l’organizzazione gerarchica e piramidale di una struttura, quale può essere quella ecclesiastica, implica necessariamente alcuni ripensamenti. Ma emerge qui il tema che il Concilio vaticano II ha sollevato in ordine alla collegialità, in ordine al rapporto tra le Chiese locali e in ordine anche al ripensamento del Primato petrino che Giovanni Paolo II ha ribadito nell’enciclica “Ut unum sint”.

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